Alice Raffaele

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شامل کے گئے حالیہ جائزے

Diario di un amore perduto - Eric-Emmanuel Schmitt

"Mamma mi guardava come un essere unico incomparabile, talentuoso. Questa è la chiave del mio destino: ho creduto nello sguardo di mia madre." - Pag. 145

Pagine intime che racchiudono per sempre le diverse fasi del lutto materno del drammaturgo francese. La vita va avanti, insofferente al dolore, però ogni tanto consegna messaggi tramite intermediari inaspettati. L'amore di una madre non conosce ostacoli, neanche la morte, per incoraggiare di continuo il proprio figlio a perseguire i suoi sogni e la sua strada, ma anche ad avere cura di sé. Per il tema totalmente autobiografico e la forma adottata, questo è un libro un po' diverso dai soliti racconti lunghi di Eric-Emmanuel Schmitt, dove ciononostante è presente il suo tratto principale: la semplicità. Stavolta, al posto di strappare un sorriso - "Zac!" (cit. "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano"), ci fa spuntare qualche lacrima, tra la paura e la tristezza, pensando a chi abbiamo perso o a chi potremmo perdere. Però ci trasmette anche la speranza che questa perdita sia in realtà una trasformazione dell'altro, che continuerà a vivere con noi, attraverso di noi, grazie alle piccole grandi parti di sé che ci ha dato.

La casa di Mango Street - Sandra Cisneros

Frammenti di vite che si scontrano, finestre di case su un'unica via, Mango Street, in cui abbiamo occasione per brevi attimi di guardarvi dentro attraverso gli occhi e le parole di Esperanza Cordero. Esperanza è una bambina che cresce nelle pagine del libro. Cresce abbandonando gradualmente alcune ingenuità; cresce scontrandosi con la realtà ingiustamente differenziata in base al colore della pelle; cresce ricevendo i consigli di persone più grandi che si ritrovano bloccate. Cresce tra la povertà di famiglia e la disparità di genere, sognando presto di andarsene. Ma un giorno dovrà ricordarsi di tornare per gli altri, "per quelli per cui non è facile andarsene come per te". Le donne di Mango Street spesso non hanno altro che finestre da cui osservare il resto del mondo e il traffico scorrere, mentre chiedono per favore ai passanti di portar loro del latte di cocco o del succo di papaya, mentre si aggrappano alla loro lingua madre - "No speak English" -, mentre gli uomini decidono per loro, mentre i ragazzi le fissano, mentre dei barboni le pagano e degli anziani rubano loro dei baci. Donne che si trovano chiuse dentro le loro case, i vetri che si appannano di rimpianti e sogni infranti. Esperanza vorrebbe una casa tutta sua, uno spazio in cui rifugiarsi: chissà se ce la farà.

Omoiyari - Erin Niimi Longhurst

Non ho trovato molto di nuovo, per quanto riguarda il contenuto di questo manuale, rispetto ad altri titoli analoghi che ho già letto sullo stile di vita giapponese. Avrei dato inizialmente tre stelle, perché il libro è scritto bene, in maniera semplice e chiara, senza troppa ridondanza, e la struttura delle varie parti risulta ordinata. Però la cura editoriale e la veste grafica con le meravigliose illustrazioni e i proverbi meritano di essere valorizzate. I termini in giapponese sono adeguatamente tradotti direttamente nel testo e poi riportati tutti in fondo al libro in un glossario. Ho anche scoperto una delle mie nuove parole preferite, "kokoroire" (che significa fare le cose con sincera dedizione, impegnandosi al massimo e mettendoci il "kokoro", l'intreccio di cuore, mente e anima), e il modo di dire "fugen jikkō" (ossia "fai parlare le tue azioni").
Per tutto questo, e per il fatto che ormai una parte di me è giapponese e si ritrova in moltissimi dei comportamenti descritti e auspicati (come vorrei essere con me stessa e con gli altri), ecco che le stelle sono diventate quattro. Ma, appunto, è un quattro più soggettivo che oggettivo.

Re: L' ultimo lupo - Mino Milani

RECENSIONE CORALE A CURA DE “I MISERALIBRI - GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI”

“L’ultimo lupo” di Mino Milani è senza dubbio uno dei libri tradizionali che possiamo suggerire a qualsiasi persona, essendo certi che la coinvolgerà dalla prima all’ultima pagina. Per quanto sia pubblicato nella collana rossa de “Il Battello a Vapore” (ovvero quella destinata ai ragazzi dai 12 anni in su) per quanto sia scritto con un lessico semplice e diretto, questo libro è in grado di stupire.
“Sorpresa” è proprio la parola usata da noi per definire l’emozione principale che abbiamo provato leggendolo, indicando sia la crescita del protagonista Enzo sia i vari riferimenti impliciti ed espliciti contenuti nel testo.
Gli altri personaggi principali della storia sono il padre di Enzo, Giovanni, e lo zio di questi, Mario, ex cacciatore ormai ritiratosi. Quest’ultimo ha sempre vissuto a Fonterossa, un piccolo paese tra le montagne, lontano dagli agi e i servizi della città, che è stato quasi del tutto abbandonato. Mario tuttavia non vuole lasciarlo, al punto tale che, quando il nipote e il sindaco si accordano e lo trasferiscono in un centro sociale provvisto di ogni servizio, egli scappa a piedi per ritornare tra i boschi. “L’ultimo lupo” indaga le relazioni tra tre generazioni diverse, facendoci riflettere su come la società si rapporti e si prenda cura degli anziani, ascoltando o meno le loro necessità e bisogni.
Forse per fargli fare esperienza, forse per fargli conoscere il prozio, il padre di Enzo lo coinvolge nella caccia all’ultimo lupo nei boschi vicini a Fonterossa. Ecco quindi che serve la collaborazione di Mario per battere la zona e stanare l’animale. Milani affronta così anche il binomio uomo-natura soprattutto in alcune pagine puramente descrittive che ci hanno ricordato “Le otto montagne” di Paolo Cognetti, quasi fosse una versione per grandi di questa storia. Qualcuno ha etichettato il libro come romantico.
Secondo una partecipante, il filo conduttore di tutti questi temi contenuti nel libro è rappresentato dai valori scoperti da Enzo nella sua formazione. Fondamentale è la figura di Melania, la compagna di classe di Enzo che lo aiuta a maturare. Attraverso un dialogo sincero, composto da semplici osservazioni e critiche costruttive, Melania invita Enzo a non fermarsi a quanto gli adulti gli abbiano raccontato ma bensì ad indagare, a fare domande. E’ grazie a lei che Enzo ribalta le idee dei genitori. Melania è il motore del cambiamento di Enzo: non può conoscere a priori come reagirà lui, però intanto prova a piantare dei semi nella sua mente, semi che potranno crescere grazie alla sua naturale curiosità. Allo stesso modo, anche Milani semina diverse parole nella sua storia per creare dei collegamenti che vadano oltre la trama del libro. I lettori potrebbero coltivarne alcuni, approfondendo quanto solo accennato. Ma i ragazzi di oggi sarebbero in grado di cogliere i riferimenti che noi adulti vediamo senza fatica, come per esempio quello a pagina 8 sulla Prima Guerra Mondiale? “L’ultimo lupo” è stato scritto negli anni Novanta, indirizzato principalmente ai ragazzi di quella decade. Ci siamo perciò chiesti: se fosse ambientato ai nostri giorni, come sarebbe? C’è un grande distacco tra l’autore, nato nel 1928, e i destinatari di oggi. Il linguaggio realistico potrebbe apparire un po’ forzato. Ciò nonostante, i messaggi del libro sulle relazioni familiari, sulla crescita e sul rapporto uomo-natura, così come quello di non smettere di fare domande, arriverebbero lo stesso. Perché Milani è chiaro e preciso e il libro è “bene intenzionato”: nella sua brevità, riesce a essere incredibilmente denso; non annoia e conquista rendendosi avvincente; concentra in alcune fragole di bosco e negli occhi del lupo la sua intensità. E la lettura diventa un piacere, anzi: viene scoperta dai giovani come un piacere. E chissà che anche questo seme non germogli di più, portandoli a tanti altri libri e ad altrettante rivelazioni.

"L'ho uccisa perchè l'amavo" (falso!) - Loredana Lipperini, Michela Murgia

Un saggio breve imperdibile, purtroppo ancora così attuale nonostante sia del 2012.
Il fenomeno del femminicidio non può essere giustificato, ignorato, o addirittura negato.
Sarebbe interessante se Lipperini e Murgia scrivessero un'appendice, o una postfazione a una nuova ristampa, confrontando quanto riportato con i dati disponibili degli ultimi anni.

I cani del nulla - Emanuele Trevi

Abbastanza disordinato, è più un commento a una poesia di D'Annunzio intervallato da riflessioni ispirate dalla cagna Gina e dal paragone tra l'uomo e l'animale. Eccezion fatta per alcuni periodi, non mi è piaciuto granché.

I geni della creatività - Simon Baron-Cohen

Saggio molto interessante che riassume decenni di ricerche dello psicologo britannico Simon Baron-Cohen. In particolare, Baron-Cohen innanzitutto presenta la sua teoria sul ruolo dell'empatia (E) e della sistematizzazione (S): in base al bilanciamento di queste due facoltà nella mente di una persona, essa agirà in diverse situazioni in maniera diversa da altre. Le categorie principali con cui vengono classificati i cervelli sono cinque: empatia e sistematizzazione possono essere ben bilanciati (E=S), oppure può prevalere leggermente una o l'altra (E>S o S>E), o ancora una o l'altra capacità potrebbero essere portate all'estremo (E>>S e S>>E). La sistematizzazione è molto sviluppata in coloro che lavorano, per esempio, nel campo della scienza e della tecnica, quali ingegneri, matematici, fisici, architetti. Parlando della tipologia S>>E, Baron-Cohen si collega ai disturbi dello spettro autistico: è stato infatti osservato che persone con l'autismo o con la sindrome di Asperger spesso sono sistematizzatrici estreme, con minore empatia. Allo stesso tempo, Baron-Cohen osserva che è possibile che anche molti inventori e rivoluzionari del passato avessero grandi competenze di sistematizzazione; certo, non si può dimostrare che alcuni di loro fossero autistici, però è interessante indagare ora se questi disturbi possano avere qualche relazione con il progresso della nostra specie. La tesi di Baron-Cohen è proprio questa: è stata la sistematizzazione, la creazione e l'applicazione di procedure "se-e-allora", a consentire all'uomo di evolvere e di sviluppare nuove capacità, differenziandosi dalle altre specie animali. La sperimentazione per scoprire logiche e regole fino a quel momento nascoste. Baron-Cohen paragona questa teoria ad altre tre che potrebbero determinare la capacità di invenzione (una per esempio riguarda il linguaggio e la comunicazione) e fa un excursus storico, elencando le differenze tra Homo Habilis, Homo Erectus, Homo Neanderthalensis e Homo Sapiens. Si interroga sull'ereditarietà dei disturbi dello spettro autistico e riporta approfonditamente alcuni studi tenuti da lui e da vari colleghi sulle occupazioni dei genitori di bambini autistici o su alcune località con molte industrie tecnologiche (a Eindhoven, considerata la Silicon Valley d'Europa, vi è una percentuale doppia di persone autistiche rispetto al resto dei Paesi Bassi). Infine, Baron-Cohen dedica una riflessione su come "coltivare gli inventori del futuro" tenendo conto delle loro possibili neurodiversità, ovvero riflette su un sistema educativo che consideri anche la super sistematizzazione.
Come altri saggi in generale, ho trovato a volte ridondante il continuo affermare da parte di Baron-Cohen della valenza della sua teoria sul meccanismo di sistematizzazione. Ho trovato però gli argomenti molto appassionanti al punto tale da cercarne maggiori informazioni in rete. Merita una lettura, anche solo per riflettere sul proprio modo di ragionare e affrontare i problemi, facendo anche i due test di autovalutazione allegati in appendice.

Non possiamo saperlo - Natalia Ginzburg

In questa raccolta, la voce matura di Natalia Ginzburg si esprime su femminismo, attualità, mafia e politica; commemora alcune persone scomparse, importanti molto sia per lei sia per la letteratura italiana (quali, per esempio, Cesare Pavese, Italo Calvino, Sandro Penna, Tommaso Landolfi); si interroga sulla sua adesione al Partito Comunista e al suo possibile contributo; in ultimo racconta, con gli occhi di un narratore onnisciente esterno in terza persona, la propria stessa vita, in un saggio concluso pochi mesi prima della morte avvenuta tra il 7 e l'8 ottobre 1991.

“Nei movimenti femminili, ciò che mi sembra sommamente sbagliato è lo spirito di competizione con il sesso opposto, e lo spirito d'orgoglio. Le parole "donna è bello" non hanno nessun senso. In verità essere una donna non è né bello né brutto, oppure è tutt'e due, lo stesso come essere un uomo. È sbagliato scoprire delle ragioni d'orgoglio, o delle ragioni d'avvilimento, nella propria nascita o origine, o nella propria condizione umana. [...] L'indulgenza va accordata agli errori delle persone singole, non agli errori delle idee. Alle idee si chiede che siano vere e giuste, subito e in assoluto.” – Pag. 43

C'è onestà, schiettezza e obiettività, nei suoi pezzi. Non c'è assolutamente la ricerca di ottenere consenso dei lettori, quanto più di condividere con loro pensieri che a volte potrebbero sembrare contraddittori, ma che dipendono dalla natura umana e dalla facoltà di cambiare idea nel corso degli anni, o persino tra l'inizio e la fine della redazione di una singola pagina. Natalia Ginzburg adopera infatti le parole sia per esprimere una sua opinione sia per mettere ordine tra i suoi ragionamenti, e lo fa rendendo i lettori partecipi di questo processo. Ha talmente cura nella scelta dei termini da usare che si infervora, quando questi vengono appositamente sfruttati per convogliare altri significati.

“Se pensiamo che cos'è in realtà il perdono, e che cos'è in realtà il pentimento, ci dà nausea vedere come siano stati malamente sbalzati nella vita pubblica. Ci dà nausea trovarli nei giornali, osservarli negli schermi televisivi. Perché non esiste nessun rapporto fra l'intimità e la complessità di questi sentimenti e la vita politica e pubblica. Si parla di "questione morale". Ma la questione morale non è soltanto invocare che nella vita politica ci si astenga, come ovunque altrove, da furti, da inganni o da imbrogli. È anche rispettare le parole, difendere la salute delle parole. Studiarsi di situarle sempre nella loro giusta sede.” – Pag. 125

Natalia Ginzburg lo fa: posiziona le parole nei punti giusti dei periodi; le orchestra senza artifizi, senza raggiri; puramente comunica ciò che intende comunicare. Leggerla è sempre una certezza di qualità del suo stile, e anche del nostro tempo trascorso.

Le vite nascoste dei colori - Laura Imai Messina

"Le vite nascoste dai colori" ha molte buone componenti: personaggi principali e secondari ben delineati, sentimenti variegati, il tema della morte e della vita, il fascino verso l'Oriente, e infine l'approfondimento sulla miriade di nomi e locuzioni usati per descrivere ogni possibile colore (nella mescolanza tra fiction e spiegazioni da manuale, la me che imparava a memoria le scritte e le sfumature dei pastelli Giotto è stata soddisfatta). Tuttavia, ho trovato parecchio forzate la trama e le caratteristiche dei personaggi: ci sono troppe coincidenze o contrapposizioni nel libro da poter sembrare realistico. Sembra quasi una favola per adulti, incentrata sull'elaborazione del lutto: "Imparare a 'fare a meno di'. Anche crescere significava 'andare avanti senza', e ogni anno, a ogni svolta, bisognava lasciare andare qualcosa."

Ciò nonostante, per me è al momento il migliore libro di narrativa scritto finora da Laura Imai Messina, ma non ancora il suo migliore in assoluto. Tralascio la saggistica perché devo ancora leggere "Wa". Ho percepito una sorta di maturità, confrontando "Le vite nascoste dai colori" con "Tokyo orizzontale" o "Quel che affidiamo al vento": stando in tema, quello della Imai Messina è un colore che si sta definendo, si sta rendendo deciso pur rimanendo delicato e poetico. Ho infatti l'impressione che l'opera con cui verrà identificata debba ancora arrivare. Il suo stile sta crescendo, qualcosa sta "lasciando andare", non so bene cosa. Secondo me, è in grado di esprimersi al meglio con una lunghezza più breve: la preferisco di gran lunga nei suoi post sui social o sul blog. Ecco, forse sarei curiosa di leggere, in futuro, se mai la scriverà, una raccolta di racconti brevi.

Apologia di un matematico - Godfrey H. Hardy

In questo breve saggio ricco di ironia e schiettezza, il matematico Godfrey H. Hardy si interroga sulla bellezza della matematica. Paragonando un matematico a un pittore o a un poeta, afferma che le strutture che produce riguardano idee, che devono combinarsi in maniera armoniosa. Come individuare le idee meritevoli? Per rispondere, Hardy fa un confronto tra i problemi della matematica cosiddetti "seri" e quelli invece "banali", come, per esempio, quelli degli scacchi. I primi guadagno il loro aggettivo perché possiedono alcune determinate caratteristiche: generalità e astrazione, profondità e difficoltà, imprevedibilità ed economia, e utilità. Ma quando la matematica può definirsi "utile"? Ed è "più utile" la matematica pura o la matematica applicata?
Il concetto di utilità è soggettivo: la risposta dipenderà dalla persona, in base ai suoi scopi e al suo contesto. Se si intende qualcosa che può contribuire al benessere materiale del genere umano, allora Hardy afferma che buona parte della matematica elementare (che include "una discreta conoscenza pratica del calcolo differenziale e integrale") abbia un'utilità pratica considerevole. La matematica che lui etichetta come "vera", quella di Fermat, Eulero, Gauss, Abel e Riemann, è invece quasi completamente "inutile". Ma come, un matematico che dichiara qualcosa del genere? Il fatto è che alcuni risultati saranno inutili per la maggior parte delle persone, o forse saranno inutili adesso, in questo momento, però "nessuno aveva previsto le applicazioni delle matrici, dei gruppi e di altre teorie puramente matematiche alla fisica moderna, e può darsi che qualcosa della matematica applicata più 'intellettuale' diventi 'utile' in modo altrettanto inaspettato".
Hardy parla di matematica in termini di creatività, di "lavoro originale", di aggiunta alla conoscenza: "ho aiutato altri ad aggiungere qualcos'altro ancora; e questi contributi hanno un valore diverso solo per grado, non per genere, da quello delle creazioni dei grandi matematici, o degli altri artisti, grandi o piccoli, che hanno lasciato un segno dietro di sé". Come limitarsi a parlare di utilità, davanti a un tale onesto elogio della disciplina?

Il rumore del tempo - Julian Barnes

RECENSIONE CORALE A CURA DE "I MISERALIBRI - GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI"

“Uno per sentire, uno per ricordare, uno per bere”, recita un proverbio tradizionale russo. Nel nostro incontro è diventato “Uno per riconoscere, uno per approfondire, uno per assolvere.”

UNO (https://www.youtube.com/watch?v=phBTh...)
Il nostro gruppo di lettura si chiama “I MiseraLibri” grazie a libri come questo. Anzi, potremmo anche dire che il nostro gruppo di lettura sia nato e si sia sviluppato condividendo proprio libri come questo. Pagine non di facilissima lettura ma non per questo non coinvolgenti e meritevoli di discussioni, ricche di dramma, commozione e autenticità. Periodi in cui, appena ci capitano sotto gli occhi, riconosciamo qualcosa di noi (come questo valzer, non è vero?). Julian Barnes ci offre la sua versione romanzata della biografia di Dmítrij Šostakóvič, un compositore e pianista sovietico del Novecento. Potremmo definire il ritratto che ne emerge con un aggettivo semplice ma indicativo: “Il rumore del tempo” è “russo”: evoca la grande letteratura di Tolstoj e Dostoevskji, nonostante l’autore sia britannico. È un romanzo sospeso e malinconico. E, da buon testo russo, non è semplice per noi memorizzare i nomi dei personaggi così distanti dai nostri, però siamo disposti a fare uno sforzo più che volentieri, a parlarne anche non avendolo ancora tutti terminato. Si percepisce fin dalle prime pagine l’alta qualità de “Il rumore del tempo” e, anche se qualcuno vorrebbe sospenderne il giudizio prima di finirlo, non riesce a fare a meno di elogiarlo già.

DUE (https://www.youtube.com/watch?v=QEDUc...)
Una parola chiave de “Il rumore del tempo” è “rapporto”. Più precisamente, ci sono tante contrapposizioni e tanti binomi. In primis, lo stile di scrittura è sia statico sia dinamico, nel concentrarsi su tre momenti ben precisi ma, allo stesso tempo, a lasciare fluire i pensieri, i ricordi e le associazioni mentali di Šostakóvič in modo naturale. Ne risulta una biografia non ordinata non convenzionale e raccontata in prima persona. Uno spaccato con doppio significato: un uomo a pezzi e una situazione politica-sociale che vorremmo fosse ormai estinta. Anche la drammaticità si esprime in due direzioni: colpisce l’uomo-individuo e l’uomo-artista, che sacrificano rispettivamente parte della propria dignità e parte della propria arte. Ancora, il dilemma morale: sono toccanti le pagine centrali sullo scontro tra integrità e sopravvivenza, tra principi e ideali e minacce e imposizioni, con le difficoltà di vivere in un regime dittatoriale. “Il rumore del tempo” indaga la relazione tra Potere e Arte, in questo caso soprattutto musica. Denuncia le tecniche usate nei regimi dittatoriali che vanno oltre alla persecuzione fisica ma distruggono l’essenza di uomo dal suo interno, portando Šostakóvič a credere di essere un pavido, il contrario di un coraggioso. E ciò è triste. Perché Šostakóvič non ha chiesto asilo all’estero? Probabilmente le ragioni sono più di due, in questo caso: Šostakóvič è cresciuto nella società russa, ha contribuito a farla crescere; inoltre, non voleva rischiare di essere vittima del cosiddetto “revisionismo storico”, essere cancellato o le sue azioni raccontate in maniera falsa; infine, ma non meno importante, Šostakóvič non era da solo, bensì aveva una famiglia, che avrebbe reso eventuali piani di fuga molto più complicati da attuare.

TRE (https://www.youtube.com/watch?v=QDW4V...)
Barnes inscrive la più grande speranza di Šostakóvič direttamente nel titolo: soltanto la musica, la musica fine a sé stessa, dovrebbe restare e persistere negli anni. Il resto, invece, come le sue umiliazioni e le sue scelte di vite, dovrebbe essere coperto - disturbato - dal tempo per non sopravvivere. È l’unica cosa che Šostakóvič prova a controllare, per esempio cercando con tutte le sue forze di restaurare “Lady Macbeth del Distretto di Mcensk” o adottando l’ironia per riuscire ad andare avanti. Tuttavia lo scrittore, così fedele e preciso nel raccontare le aspirazioni del musicista, lo tradisce. Anzi, lo assolve: il romanzo di successo di Julian Barnes ha lo scopo, secondo noi, di consegnare anche l’umanità del compositore all’eternità, oltre alla sua musica. Per darne un’interpretazione più sentita, per farla apprezzare di più. Per accettare che se gli ideali si chiamano così, c’è un motivo ben preciso: la realtà, quello che accade, ciò che mette alla prova e ci rende davvero umani, con le nostre fragilità. In un certo senso, è ironico: Dmítrij Šostakóvič, magari condividendo con Julian Barnes e con il nostro gruppo tre bicchieri di vodka, l’avrebbe apprezzato. Prosit.

Quando tutto diventò blu - Alessandro Baronciani

Iniziato e letto tutto di seguito, sono arrivata alla fine ponendomi la stessa domanda che ho trovato ora in altre recensioni: "Tutto qui?"
Anzi, di domande me ne sono rimaste tante, tra cui: come ha fatto la protagonista a uscire dal suo momento più cupo? È bastato cambiare casa e trasferirsi per cominciare una nuova vita? E i vecchi legami che aveva tranciato così, li ha poi recuperati in qualche modo? Peccato, mi è parsa una rappresentazione un po' superficiale e frettolosa di una tematica che avrebbe meritato qualcosa in più, andando davvero in profondità e dandole "venti minuti di decompressione", come nella scena iniziale.

L'universo tra le dita - Michele Mele

“Chi ha una visione possiede una vista, non vale invece il viceversa.” – Pag. 119

La visione di Michele Mele, assegnista di ricerca presso l’Università del Sannio nel campo della Ricerca Operativa e gravemente ipovedente, è ben chiara e descritta ne “L’universo tra le dita”, libro che ha deciso di scrivere l’anno scorso durante il lockdown.
In un ambiente inclusivo e sereno, una persona con disabilità visive può sviluppare le proprie potenzialità alla pari di qualsiasi altra persona. I dieci capitoli presentano altrettante biografie di scienziati e scienziate affetti da ipovisione o cecità dalla nascita, oppure colpiti da malattie (come, per esempio, il vaiolo) che causarono loro la perdita della vista, parzialmente o totalmente.
Dalla matematica all’ingegneria, dalla chimica all’entomologia, passando per medicina: non c’è limite ai campi di applicazione in cui l’attitudine e il talento di queste persone abbiano trovato terreno fertile, dal XVIII secolo al giorno d’oggi (quattro di loro infatti sono ancora vivi).
Con il termine “ambiente”, Michele Mele fa riferimento a varie circostanze, ma specialmente due: il supporto di una rete di persone, come la propria famiglia o i colleghi, e un percorso di istruzione aperto, una scuola che non emargina e non separa la persona con disabilità dalle altre, soprattutto nei primi anni di vita e di studio, individuando i mezzi e gli strumenti più appropriati per permettere alla persona di realizzarsi.
Sono questi gli elementi che tutte le storie dei vari ricercatori hanno in comune: chiavi di volta che hanno consentito alle loro aspirazioni e autodeterminazioni di rendersi visibili in primis a loro stessi, e poi anche agli altri. Molti di loro hanno anche concentrato le loro ricerche su aspetti legati all’accessibilità nelle loro discipline, ottimizzando quanto in loro possesso per incoraggiare e motivare colleghi futuri a non farsi bloccare da possibili ostacoli e discriminazioni, concentrandosi anche sulla divulgazione. E Michele Mele non è da meno, con questo messaggio di speranza: gli ostacoli e le discriminazioni, quando vengono non solo visti ma osservati con attenzione, si possono superare grazie all’inclusione e alla collaborazione.

La differenza invisibile - sceneggiatura di Julie Dachez

Ci spaventa chi va fuori dagli schemi; anche noi stessi a volte ci colpevolizziamo se alcuni tratti del nostro carattere sono un po' sopra le righe (ma le righe di cosa?). Quando abbiamo a che fare con persone che non riusciamo a inquadrare secondo alcuni standard definiti dalla nostra società, le reazioni sono generalmente le seguenti: la sorpresa, l'incomprensione, il rifiuto, la negazione, non fare sentire accettate queste persone in quanto diverse, a volte persino l'emarginazione.
"La differenza invisibile" offre una lezione di vita, oltre che delle tavole divulgative e illustrative, sui vari colori - non mi va di chiamarli "disturbi" - dello spettro autistico. La protagonista, Marguerite, è una ragazza abitudinaria, introversa, sensibile, avente tante passioni, ma etichettata comunque come "strana" per via di alcuni suoi comportamenti ritenuti "bizzarri", per esempio l'avere difficoltà a cogliere doppi sensi e prendere tutto alla lettera, il vestirsi sempre uguale, oppure non sopportare di stare in una stanza piena di sconosciuti per socializzare. A Marguerite le relazioni, soprattutto con estranei, costano uno sforzo mentale e fisico non indifferente. Marguerite si sente al sicuro nel suo "bozzolo", in casa, senza rumori di fondo, comoda, circondata dai suoi animali. Cerca di essere sempre gentile e cortese con gli altri, eppure questi continuano a farla sentire sbagliata, non normale. È solo a ventisette anni che Marguerite scopre di avere la sindrome di Asperger. E in quel momento è come se rinascesse: stringe nuove amicizie, si informa, ma quando lo comunica agli altri attorno a lei questi non credono alla diagnosi, non credono a lei. E lei cosa fa? Realizza che di questi giudizi e pregiudizi non ne può più, e dà un cambio alla sua vita, incoraggiata e spinta dalla recente scoperta che l'ha fatta sentire normale nel suo essere diversa e unica, perché "esistono tante forme di autismo quante sono le persone autistiche", così come ognuno è diverso da qualsiasi altro. Marguerite capisce che è un problema di ignoranza degli altri, il non conoscere lo spettro autistico, e così esce allo scoperto, si rimette a studiare, e inizia a scrivere un blog sull'autismo per fare divulgazione. Infine arriva a realizzare, assieme a una lettrice del blog e a un'illustratrice, proprio questo libro. E lo dedica a tutti i "devianti", ai "troppo così" e ai "non abbastanza così", coloro che sono "uno sberleffo al diktat della normalità", ma la cui differenza "non è parte del problema, ma della soluzione". Davvero toccante.

La camera azzurra - Georges Simenon

In passato ho letto qualche altro romanzo di Georges Simenon, per esempio "Il testamento Donadieu" assieme ai MiseraLibri (il gruppo di lettura di Chiari), ma non avevo trovato assolutamente la tensione che c'è ne "La camera azzurra". Ora capisco perché, tra le numerosissime opere dell'autore francese, questa sia tanto promossa e sia diventata celebre più di altre.
La storia passionale di Andrée e Tony, ricostruita attraverso i ricordi di quest'ultimo e le interrogazioni da parte del giudice e dello psichiatra, viene ripercorsa poco alla volta, in parallelo ai fatti del presente che, inevitabilmente e furbescamente, anticipano dei dettagli. Quanto basta a fare venire al lettore qualche intuizione in più per provare a sbrogliare la matassa e identificare chi abbia compiuto cosa. E così il lettore si sente coinvolto nell'analisi psicologica; immagina cosa sia successo e ricerca elementi schiaccianti all'interno delle inclinazioni dei personaggi; formula una sua teoria, e l'unico modo per confutarla è solo quello di proseguire dritto fino alla fine, senza averne mai certezza.

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