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Los últimos mensajes del Foro

Segreti di famiglia - un film di Francis Ford Coppola

Opera complessa e stratificata, che attrae per l’intensa fisicità degli attori immersi in un bianco e nero scabroso e, negli inserti dei flashback, avvolti in un colore saturo, volutamente pacchiano.
Opera notturna e claustrofobica, con una metropoli anonima che resta sullo sfondo, quasi non entra in scena, potrebbe essere Parigi o Milano; ma è Buenos Aires.
Opera disturbante, perché l’inconscio scorre sottopelle e non smette di velare pulsioni erotiche distruttive (come il battito sordo che fa costante capolino in diverse scene). Tra transfert e controtransfert, la psicanalisi finisce sul lettino, ma anche a letto col paziente...

Impossibile essere figli nel cono d’ombra di questi padri spropositati, che soffocano ogni spazio con la propria disumana genialità congelante. La famiglia e il sangue si disperdono, e disperdono con essi l’identità stessa, il confine della persona, la natura della relazione padre-figlio-fratello-madre.
In questo senso i personaggi incarnano con precisione l’identità liquida e ubiquitaria del primo ventennio dei duemila: la cognata diventa mamma, ma anche protagonista di una danza complice sotto sguardi rubati; la studentessa disinibita si trasforma in virago mascolina, ma anche in crocerossina e madre; la vecchietta si scopre spogliarellista, ma poi è zietta melensa e infine sconcia maitresse.
È un tripudio di maschere, fino all’apice del gran finale, pesantemente melodrammatico, ma che retrospettivamente illumina posture dei personaggi ai limiti della comprensibilità.
L’epifania finale ricompone il puzzle, ma è anche un colpo basso: arrivato ai titoli di coda ti chiedi se non convenga rivedere subito il film, per coglierne finalmente le infinite sfumature.

Tre stelle abbondanti anziché quattro perché quello che convince meno è l’ostentazione di alcuni simboli facili, il cuccio, lo amorevole chiamato Problema che sfugge dal guinzaglio mentre si rimirano le tette di un cartellone; ambientazioni che sono più che altro citazioni di generi cinematografici, come il motel della Patagonia che diventa un postribolo californiano; personaggi grezzi (se non stereotipati) come la critica letteraria più potente del sudamerica; esagerazioni della trama, come la giovane madre morta dopo un lungo coma dopo un overdose dopo la rivelazione della vita…
Sbavature, cadute di scrittura, facilonerie narrative o, in sintesi, lapsus di lucidità.

Ma pur sempre tre stelle abbondanti, per un’opera di grandissima intensità.

La prima volta che il dolore mi salvò la vita - Jón Kalman Stefánsson

"scriviamocele, le poesie che nessuno ci ha ancora composto" (semi-cit.)

Stefánsson prima che diventasse Stefánsson: un viaggio nella crescita personale e nella produzione letteraria poetica di uno dei narratori contemporanei più originali e acclamati.

"Allora siamo qui
in silenzio insieme
si parla di tempo
e di inflazione
e tutto il resto
ce lo tacciamo
perché nel silenzio conservo l'oro, e
tratteniamo
le parole quasi dette
la sera
quando il mondo si manifesta"
Pag. 107

Tra i soggetti in cui lasciarsi annegare, nelle raccolte di poesie scritte tra il 1988 e il 1994, si trovano la nostalgia e il rimpianto, la gioia e il dolore, l'amicizia, l'amore, la passione, la morte, e ovviamente l'Islanda, con l'ammirazione verso coloro che hanno scritto brani prima di lui, omaggiati da altri versi. Tematiche quindi abbastanza comuni, però la forma no, proprio no.

"quante volte
non ho afferrato l'attimo sfavillante
che si rivela vetro
portato alla luce del mattino"
Pag. 253

Sempre una certezza, in questo periodo che ne è così parco.

Brescia sotto sopra - [testi Marcello Zane]

La prima parte del libro è dedicata alla storia delle canalizzazioni: al modo in cui l’acqua ha contribuito allo sviluppo della città, ma anche alle prassi e alle istituzioni che la città ha dovuto creare per governare l’accesso a una risorsa preziosa e, specie nei periodi di siccità, contesa.

La seconda parte del libro è dedicata alla riscoperta del tracciato di queste vie d’acqua: tracciato in parte ancora ben visibile oltre le mura della città antica (dove si possono ancora vedere diverse pale di mulino), ed in parte “visibile” anche all’interno del centro storico – a patto di intrufolarsi nella cosiddetta “Brescia sotterranea”.

La recensione completa la trovate qua https://www.bresciasilegge.it/sotto-sopra-marcello-zane-brescia-underground/

Philomena - un film di Stephen Frears

Come tutti i film tratti-da-una-storia-vera Philomena gode di un surplus di drammaticità legato a quel sentimento ormai perduto che è l'indignazione.
In questa storia la crudezza sta dalla parte sbagliata, nelle suore che pretendono di incarnare l'amore cristiano alla luce di un padreterno piccolo-piccolo, più che un Dio una deità che esige sacrifici di adorazione. Il perdono sta invece dove non te l'aspetti, in chi - come gli anawim del primo testamento, gli impoveriti - è stato derubato della vita del proprio bambino e, soprattutto, colpevolizzato, ma che si rifiuta di eleggere odio e cinismo a motori delle proprie giornate.
La sceneggiatura premiata a Venezia è una macchina perfetta di immedesimazione, a partire dalla vecchia irlandese protagonista di un sopruso atroce, ancora capace di stupirsi per un cioccolatino sul letto e per una battuta di un romanzo rosa, capace di vedere che dietro un cuoco c'è una persona, o di gustarsi il pane all'uvetta delle suore omertose e manipolatrici. Proletaria sì, Philomena, ma anche scafata; empatica, ma anche disincantata; e sempre gentile.
La sceneggiatura scivola magnificamente perchè abbina al plot dell'indagine una perfetta struttura a flasback che restituisce il dramma di Philomena e, con l'espediente dei filmini in superotto, la dimensione dell'intimità familiare di cui è stata derubata.
Funziona infine perchè in realtà il cuore del film resta la relazione di vicinanza e conflitto tra Philomena e il cinico giornalista, che beccheggia tra opportunismo, ipocrisia e ambizione di riscatto. Alla fine ha ragione Stephen Frears, che nei contenuti speciali spiazza dicendo che la storia, nonostante sia potentemente drammatica, tende anche un filo tenue da commedia.
Quello che resta, dopo la catarsi dell'incontro finale con il figlio rubato e dopo i titoli di coda, è la vitalità di Philomena, che non dimentica gli abbracci dell'amore che la facevano galleggiare e se è vero che perdona è vero anche che coraggiosamente non rinuncia a denunciare.
Quattro stelle piene.

Malice - John Gwynne

Ha parecchi difetti, ma nessuno così imperdonabile da rendere il libro brutto.
Stile di scrittura semplice, un po' lento forse, ma nulla di esagerato. L'ambientazione, anche se non viene approfondita è interessante. La trama sarebbe stata intrigante, anche l'intreccio con le varie sotto trame è ben gestito, se non fosse che è tutto molto prevedibile, non c'è mai veramente del pathos perché si immagina tutto in anticipo. Inoltre è pieno di cliché, non solo si ha la sensazione che non ci sia innovazione, ma si coglie qua e là da dove ha pescato le idee. Altra impressione che ho avuto è che l'autore si sia impegnato un po' poco: la magia è sempre quella, i combattimenti molto simili, c'è una certa ripetizione che definirei di comodo. Ma la cosa che stona di più sono i personaggi. All'inizio si fa fatica a memorizzarli, alcuni hanno nomi simili o storie simili, e saltando da uno all'altro ci si perde, ma il problema vero è che, a parte Corban, il protagonista principale, gli altri restano delle macchiette, troppo superficiali, marionette che danno la sensazione di seguire il copione assegnato come se fossero attori, invece di essere la regia del loro destino. Addirittura l'antagonista principale, che si capisce subito chi è, non viene descritto dal suo punto di vista ma da quello degli altri, rimanendo così in secondo piano, ed è un peccato perché la sua costruzione è interessante.
Tutto sommato non lo sconsiglio del tutto perché pur con tanti difetti è comunque leggibile e decentemente piacevole, però ha, ripeto, tanti difetti.

Nelle terre selvagge - Gary Paulsen

Brian, un 13enne come tanti, alle prese col divorzio dei genitori, precipita letteralmente, col suo bagaglio di dubbi, rabbia e autocommiserazione, da un aereo che lo sta trasportando dal padre.
La zona -i boschi fra Usa e Canada- è selvaggia e disabitata, e lui non ha la più pallida idea di cosa fare. È solo, contuso, ferito, spaventato a morte: ma vivo.
Pian piano, Brian scoprirà dentro di sé forze e risorse che neanche sapeva di avere. E dopo qualche tempo sentirá crescergli dentro una speranza: "Non la speranza di essere salvato, perché quella ormai era svanita. No, era la speranza che veniva dal suo nuovo sapere. Era speranza di poter imparare e sopravvivere e badare a se stesso".

Un insegnamento utile per i ragazzi, e mai imparato abbastanza da noi adulti...

Felici i felici - Yasmina Reza

RECENSIONE CORALE A CURA DE "I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI"

“Felici i felici”, al contrario del titolo, è una collezione di infelicità, una serie di istantanee proiettate al buio, dove le uniche parti illuminate rivelano legami logori e abbandonati. Le relazioni in cui sono coinvolti i diciotto personaggi del libro sono schiette. Raramente avevamo mai trovato un romanzo in cui le emozioni e i sentimenti più intimi e privati - soprattutto quelli negativi - fossero stati messi a nudo così, senza freni. Yasmina Reza non edulcora niente, spietata e secca, infierendo soprattutto sui rapporti di coppia corrotti e usurati. Nonostante tutto questo, “Felici i felici” è un romanzo vitale perché inerente alla vita, talmente universale nella sua descrizione delle nostre ombre che ognuno è in grado di riconoscersi in qualcosa. Ricorda "L'Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Master, con la differenza che in questo caso i personaggi sono ancora in vita e che la forma narrativa scelta dall’autrice è un racconto di poche pagine. Uno “scritto parlato” dove i pensieri scorrono liberi quasi come in un flusso di coscienza.

Non è facile caratterizzare con poche parole un personaggio, e Yasmina Reza c’è spesso riuscita, a volte narrando di un semplice gesto come la stretta di un polso. “Felici i felici” è un romanzo di difficoltà, sia in termini dei temi trattati sia riferendosi all’impegno richiesto per terminare il libro, non tanto un passatempo. Le scelte stilistiche adottate hanno infatti reso faticosa la lettura a tutti i partecipanti, rallentata dal poco utilizzo della punteggiatura e dalla mancata distinzione tra pensieri e discorsi diretti, riportati senza le virgolette. Il numero eccessivo delle voci parlanti ha fatto il resto, rendendo tutto intricato assieme a una trama quasi inesistente. Il risultato è stato, per alcuni partecipanti, inconcludente. D’altra parte, lo stile riflette la professionalità dell’autrice, non solo scrittrice ma anche drammaturga e attrice. Probabilmente, se avesse adottato una forma più convenzionale, avrebbe reso il testo più scorrevole ma avrebbe perso qualcosa della sua identità. È però riuscita a trasmettere l’incapacità della perfetta comunicazione di sé agli altri, che sono in grado solo di vedere uno o più lati del poliedro che ogni persona è. È inevitabile mostrarne solo alcuni a talune persone, e altri diversi ad altre, ma non si tratta di maschere o finzioni, quanto più di ruoli che ognuno adotta in circostanze diverse.

In quali di questi ruoli siamo felici? Durante l’incontro non c’è stato bisogno di porci esplicitamente la domanda più scontata e anche la più attesa, presente nelle menti di tutti (cos’è la felicità?). Abbiamo provato ad analizzare l’ultimo brevissimo capitolo, il ricordo di Jean Ehrenfried di quando lui ed Ernest Blot erano andati a pescare assieme, entrambi inesperti. Mentre si preparavano all’avventura, Jean dice che erano “assurdamente felici”, ma poi l’esperienza era risultata fallimentare e avevano cambiato atteggiamento. Che la felicità possa essere individuata solo nel passato, nel ricordo, oppure solo sognata nel futuro, nell’attesa di ciò che deve ancora accadere? In entrambi i casi, nel presente risulta inaccessibile. Oppure, prendendo il personaggio di Jacob che crede di essere Céline Dion, “la felicità è dei folli” e la si può raggiungere soltanto chiudendo fuori di sé la vita reale?
Abbiamo idealizzato la felicità prefigurandoci che sia uno stato di arrivo permanente, invece è fluttuante, volatile, leggera come il battito d’ali di una farfalla. Finché ognuno di noi prova a catturarla per sempre e non a custodirla, continuerà a sfuggirgli, indipendentemente dalla fase della vita che sta vivendo, indipendentemente dalla rete di relazioni in cui è immersi. E cosa succede quando non si guarda solo a sé ma si considera anche un’altra persona? Come si può essere felici imponendo sé stessi all’altro, spinti dal rancore e dall’egoismo? No, ha osservato un partecipante: le coppie presenti in questo romanzo non potranno mai esserlo perché nessun personaggio è in grado di dare sé stesso all’altro, privando la coppia di un suo fondamento, lasciando che, nel tempo, crolli su sé stessa.

Questo romanzo ci era stato suggerito da una partecipante che, purtroppo, è venuta a mancare un anno fa. Era su tutto questo e molto altro che voleva farci riflettere e discutere? Non avremo mai una risposta. Avremmo potuto parlare per ore e ore di moltissimi altri temi, tutti comunque accennati in questa raccolta affilata: dalla vecchiaia alla malattia mentale, dalla famiglia all’abbandono. Sicuramente lei, con questo consiglio che abbiamo ascoltato troppo tardi, ci ha donato una serata ricca di confronti e di tanti attimi, guizzi, felici.

Re: Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio - Katherine Rundell

"Io credo ancora -quasi tutti i giorni, quasi tutto il tempo- che le storie abbiano un potere. Credo, con Aristotele, che la narrativa, raccontando, sappia dire verità che non possono essere espresse chiaramente dal linguaggio teorico astratto"...
Piccolo saggio semplice e felice.
In una frase:
"Ecco perché è alla letteratura per ragazzi che si torna quando si vuol provare incanto, fame e brama di giustizia: per far scalpitare di nuovo il cuore..."

L' impero in provincia - Francesco Jovine

Cronache di provincia -il remoto Molise rurale- che testimoniano con ispirata esattezza come la povera gente avesse vissuto davvero il ventennio fascista.
Il tono è ora ironico, o beffardo, ora drammatico. Sempre preciso...
En passant, viene da chiedersi Perché certi autori sono scomparsi totalmente dai nostri orizzonti?

#RBBCreadingchallenge2021 - 42: un libro di un autore che entrerà nel pubblico dominio nel 2021

Another year - un film di Mike Leigh

Con che diritto vivere in pienezza una vita di coppia felice quando si è assediati da una solitudine disperante?
Mike Leigh osserva con infinita misericordia i propri personaggi mentre vanno a sbattere come le falene contro il paralume luminoso della coppia al centro del racconto, che a voler vedere bene non avrebbe niente di anormale; a parte il fatto di essere sana, solida, concreta e grata. E dunque invidiata.
Non ne incrociamo molte di coppie così sui nostri passi. Ma se vi capitasse, prendetevene cura, perchè è anche sulle loro spalle strette e fiacche che va avanti il mondo.
Meravigliosa interpretazione e direzione di un cast perfetto anche e soprattutto nei ruoli secondari.
Una stella in meno per qualche lentezza di troppo.

Questi sono i 40

Nessun dubbio, il racconto coglie molte situazioni grottesche del quotidiano di questa fascia d'età: l'ossessione del corpo, il rifiuto della maturità che fa guardare ai sogni inconcludenti della gioventù con tenerezza e autoironia, l'incapacità a scrollarsi dalla gobba le eredità familiari.
Si sorride amaro, magari si ride anche, ma senza poesia e, piuttosto, diverse inutili volgarità. Il film manca, come dire, di misericordia. Riuscito, ma indicato per i cinici?