Alice Raffaele

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La prima volta che il dolore mi salvò la vita - Jón Kalman Stefánsson

"scriviamocele, le poesie che nessuno ci ha ancora composto" (semi-cit.)

Stefánsson prima che diventasse Stefánsson: un viaggio nella crescita personale e nella produzione letteraria poetica di uno dei narratori contemporanei più originali e acclamati.

"Allora siamo qui
in silenzio insieme
si parla di tempo
e di inflazione
e tutto il resto
ce lo tacciamo
perché nel silenzio conservo l'oro, e
tratteniamo
le parole quasi dette
la sera
quando il mondo si manifesta"
Pag. 107

Tra i soggetti in cui lasciarsi annegare, nelle raccolte di poesie scritte tra il 1988 e il 1994, si trovano la nostalgia e il rimpianto, la gioia e il dolore, l'amicizia, l'amore, la passione, la morte, e ovviamente l'Islanda, con l'ammirazione verso coloro che hanno scritto brani prima di lui, omaggiati da altri versi. Tematiche quindi abbastanza comuni, però la forma no, proprio no.

"quante volte
non ho afferrato l'attimo sfavillante
che si rivela vetro
portato alla luce del mattino"
Pag. 253

Sempre una certezza, in questo periodo che ne è così parco.

Felici i felici - Yasmina Reza

RECENSIONE CORALE A CURA DE "I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI"

“Felici i felici”, al contrario del titolo, è una collezione di infelicità, una serie di istantanee proiettate al buio, dove le uniche parti illuminate rivelano legami logori e abbandonati. Le relazioni in cui sono coinvolti i diciotto personaggi del libro sono schiette. Raramente avevamo mai trovato un romanzo in cui le emozioni e i sentimenti più intimi e privati - soprattutto quelli negativi - fossero stati messi a nudo così, senza freni. Yasmina Reza non edulcora niente, spietata e secca, infierendo soprattutto sui rapporti di coppia corrotti e usurati. Nonostante tutto questo, “Felici i felici” è un romanzo vitale perché inerente alla vita, talmente universale nella sua descrizione delle nostre ombre che ognuno è in grado di riconoscersi in qualcosa. Ricorda "L'Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Master, con la differenza che in questo caso i personaggi sono ancora in vita e che la forma narrativa scelta dall’autrice è un racconto di poche pagine. Uno “scritto parlato” dove i pensieri scorrono liberi quasi come in un flusso di coscienza.

Non è facile caratterizzare con poche parole un personaggio, e Yasmina Reza c’è spesso riuscita, a volte narrando di un semplice gesto come la stretta di un polso. “Felici i felici” è un romanzo di difficoltà, sia in termini dei temi trattati sia riferendosi all’impegno richiesto per terminare il libro, non tanto un passatempo. Le scelte stilistiche adottate hanno infatti reso faticosa la lettura a tutti i partecipanti, rallentata dal poco utilizzo della punteggiatura e dalla mancata distinzione tra pensieri e discorsi diretti, riportati senza le virgolette. Il numero eccessivo delle voci parlanti ha fatto il resto, rendendo tutto intricato assieme a una trama quasi inesistente. Il risultato è stato, per alcuni partecipanti, inconcludente. D’altra parte, lo stile riflette la professionalità dell’autrice, non solo scrittrice ma anche drammaturga e attrice. Probabilmente, se avesse adottato una forma più convenzionale, avrebbe reso il testo più scorrevole ma avrebbe perso qualcosa della sua identità. È però riuscita a trasmettere l’incapacità della perfetta comunicazione di sé agli altri, che sono in grado solo di vedere uno o più lati del poliedro che ogni persona è. È inevitabile mostrarne solo alcuni a talune persone, e altri diversi ad altre, ma non si tratta di maschere o finzioni, quanto più di ruoli che ognuno adotta in circostanze diverse.

In quali di questi ruoli siamo felici? Durante l’incontro non c’è stato bisogno di porci esplicitamente la domanda più scontata e anche la più attesa, presente nelle menti di tutti (cos’è la felicità?). Abbiamo provato ad analizzare l’ultimo brevissimo capitolo, il ricordo di Jean Ehrenfried di quando lui ed Ernest Blot erano andati a pescare assieme, entrambi inesperti. Mentre si preparavano all’avventura, Jean dice che erano “assurdamente felici”, ma poi l’esperienza era risultata fallimentare e avevano cambiato atteggiamento. Che la felicità possa essere individuata solo nel passato, nel ricordo, oppure solo sognata nel futuro, nell’attesa di ciò che deve ancora accadere? In entrambi i casi, nel presente risulta inaccessibile. Oppure, prendendo il personaggio di Jacob che crede di essere Céline Dion, “la felicità è dei folli” e la si può raggiungere soltanto chiudendo fuori di sé la vita reale?
Abbiamo idealizzato la felicità prefigurandoci che sia uno stato di arrivo permanente, invece è fluttuante, volatile, leggera come il battito d’ali di una farfalla. Finché ognuno di noi prova a catturarla per sempre e non a custodirla, continuerà a sfuggirgli, indipendentemente dalla fase della vita che sta vivendo, indipendentemente dalla rete di relazioni in cui è immersi. E cosa succede quando non si guarda solo a sé ma si considera anche un’altra persona? Come si può essere felici imponendo sé stessi all’altro, spinti dal rancore e dall’egoismo? No, ha osservato un partecipante: le coppie presenti in questo romanzo non potranno mai esserlo perché nessun personaggio è in grado di dare sé stesso all’altro, privando la coppia di un suo fondamento, lasciando che, nel tempo, crolli su sé stessa.

Questo romanzo ci era stato suggerito da una partecipante che, purtroppo, è venuta a mancare un anno fa. Era su tutto questo e molto altro che voleva farci riflettere e discutere? Non avremo mai una risposta. Avremmo potuto parlare per ore e ore di moltissimi altri temi, tutti comunque accennati in questa raccolta affilata: dalla vecchiaia alla malattia mentale, dalla famiglia all’abbandono. Sicuramente lei, con questo consiglio che abbiamo ascoltato troppo tardi, ci ha donato una serata ricca di confronti e di tanti attimi, guizzi, felici.

La piccola conformista - Ingrid Seyman

La voce narrante è quella della protagonista, Esther, una bambina che vediamo crescere fin dalle scuole elementari fino alle medie. È una voce irriverente che vuole essere comica e ironica, ma a me è risultata per lo più fastidiosa, anche grazie al fatto che Esther ha facoltà di pensiero e di linguaggio pari a quelle di un'adulta, cosa molto inverosimile. Nel romanzo sono descritte le dinamiche familiari dei Dahan e c'è un po' di tutto (troppo): dalle questioni politiche e le loro ripercussioni sulle abitudini domestiche, ai problemi del passaggio dall'infanzia all'adolescenza, fino a tematiche di salute mentale. E ci sono soprattutto loro, Babeth e Patrick, che con i loro comportamenti eccentrici influenzano Esther e il fratello Jeremy. La cosa che mi ha convinto di meno è la trama, specialmente verso la fine, quando si svela un mistero legato a Patrick. L'ultimo capitolo stesso non ho capito se sia stato inserito di proposito per spiazzare il lettore; in ogni caso, la scelta non mi è piaciuta e mi ha dato l'impressione di una conclusione davvero sbrigativa.

Re: Paradiso e inferno - Jon Kalman Stefansson

I romanzi di Jón Kalman Stefánsson sono, secondo me, tra i migliori rappresentanti dell'epica moderna. Non possono essere letti di fretta, perché ogni frase è evocativa; è poesia che si è fatta prosa e, come tale, va assaporata lentamente per non rischiare di perdersi qualche sfumatura, qualche significato che va a toccare le corde delle nostre anime, se solo gli lasciamo il tempo di agire, di sedimentare dentro di noi. Abituati come siamo ora a consumare contenuti rapidamente, nonché a leggere - o anche pretendere - storie ricche di eventi più o meno sorprendenti, "Paradiso e inferno" invece ci destabilizza con la sua trama minima, divisa in due parti. Siamo obbligati a rallentare, leggendolo, a prestare attenzione non solo all'azione in corso ma all'ambientazione, alle entità circostanti. Ogni personaggio dentro di sé ha un mondo di parole e di memorie, e Stefánsson concede a ognuno qualche pagina, qualche strofa, per rendere più completa la motivazione dei suoi atti, per farci immedesimare anche nella figura che potrebbe apparire più scorbutica o più sbadata. Siamo con Bardur mentre dimentica la cerata prima di imbarcarsi. Siamo con Kolbeinn quando una mattina si sveglia e non è più in grado di vedere nulla, proprio nulla, tantomeno i suoi quattrocento libri. Siamo con Geirprudur, con la notte negli occhi, a fare domande che nessuno fa mai. Soprattutto, siamo con il Ragazzo, ad affrontare una missione alla volta, che sia riconsegnare un libro o servire della birra, mentre non riusciamo a dimenticare "coloro che l'oceano ha voluto chiamare a sé", mentre ci chiediamo ogni giorno se, compiuto il nostro dovere, non sia il caso di mettere fine a tutto.
"Paradiso e inferno" è già denso così, con i suoi pochi accadimenti che si contano con le dita di una mano, e le miriadi di tempeste e nubifragi che scatenano nel mare dentro di noi. In futuro non saremo in grado di ricordare i nomi precisi in islandese, ma avremo assimilato le gesta delle persone e le rivivremo in altri testi, in altre opere, diventando così dei miti.

Atlante occidentale - Daniele Del Giudice

In bilico tra letteratura e scienza, questo romanzo parla dello sviluppo di un'amicizia tra uno scrittore ormai alla fine della sua carriera e un giovane fisico assunto al CERN, negli anni Settanta-Ottanta.
Entrambi appassionati di volo, frequentando lo stesso hangar scatta in loro la curiosità di conoscersi maggiormente. Così Ira Epstein e Pietro Brahe scoprono ulteriori intersezioni, come il fatto di essere entrambi osservatori di interazioni, tra le persone o tra le particelle, e di documentare quanto sperimentato, in romanzi e saggi o articoli e report scientifici.
Per quanto il libro fosse breve, non è stata una lettura facilissima, essendo evocativa e ricca di metafore. Comunque, affascinante.

Re: Una rosa sola - Muriel Barbery

"Il ponte di Sanjo frantuma sempre il mio cuore
come un chicco di riso tenero e lo trasforma
in farina sulla nuca delle maiko" - Pag. 75

Nostalgia del Giappone e di Kyōto? Questa piccola storia fa per voi. La trama è abbastanza semplice e scontata, però i brevissimi racconti all'inizio di ogni capitolo, con titolo e tema floreale, sanno meravigliare e fare riflettere, richiamando molte tradizioni della poesia e dei legami con le stagioni, insiti nella cultura nipponica. Vale quindi la pena leggerlo, per una lettura leggera e, allo stesso tempo, profonda. Tuttavia, mi aspettavo anche io di più da Muriel Barbery, nonostante non abbia ancora letto "L'eleganza del riccio".

Diario di un amore perduto - Eric-Emmanuel Schmitt

"Mamma mi guardava come un essere unico incomparabile, talentuoso. Questa è la chiave del mio destino: ho creduto nello sguardo di mia madre." - Pag. 145

Pagine intime che racchiudono per sempre le diverse fasi del lutto materno del drammaturgo francese. La vita va avanti, insofferente al dolore, però ogni tanto consegna messaggi tramite intermediari inaspettati. L'amore di una madre non conosce ostacoli, neanche la morte, per incoraggiare di continuo il proprio figlio a perseguire i suoi sogni e la sua strada, ma anche ad avere cura di sé. Per il tema totalmente autobiografico e la forma adottata, questo è un libro un po' diverso dai soliti racconti lunghi di Eric-Emmanuel Schmitt, dove ciononostante è presente il suo tratto principale: la semplicità. Stavolta, al posto di strappare un sorriso - "Zac!" (cit. "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano"), ci fa spuntare qualche lacrima, tra la paura e la tristezza, pensando a chi abbiamo perso o a chi potremmo perdere. Però ci trasmette anche la speranza che questa perdita sia in realtà una trasformazione dell'altro, che continuerà a vivere con noi, attraverso di noi, grazie alle piccole grandi parti di sé che ci ha dato.

La casa di Mango Street - Sandra Cisneros

Frammenti di vite che si scontrano, finestre di case su un'unica via, Mango Street, in cui abbiamo occasione per brevi attimi di guardarvi dentro attraverso gli occhi e le parole di Esperanza Cordero. Esperanza è una bambina che cresce nelle pagine del libro. Cresce abbandonando gradualmente alcune ingenuità; cresce scontrandosi con la realtà ingiustamente differenziata in base al colore della pelle; cresce ricevendo i consigli di persone più grandi che si ritrovano bloccate. Cresce tra la povertà di famiglia e la disparità di genere, sognando presto di andarsene. Ma un giorno dovrà ricordarsi di tornare per gli altri, "per quelli per cui non è facile andarsene come per te". Le donne di Mango Street spesso non hanno altro che finestre da cui osservare il resto del mondo e il traffico scorrere, mentre chiedono per favore ai passanti di portar loro del latte di cocco o del succo di papaya, mentre si aggrappano alla loro lingua madre - "No speak English" -, mentre gli uomini decidono per loro, mentre i ragazzi le fissano, mentre dei barboni le pagano e degli anziani rubano loro dei baci. Donne che si trovano chiuse dentro le loro case, i vetri che si appannano di rimpianti e sogni infranti. Esperanza vorrebbe una casa tutta sua, uno spazio in cui rifugiarsi: chissà se ce la farà.

Omoiyari - Erin Niimi Longhurst

Non ho trovato molto di nuovo, per quanto riguarda il contenuto di questo manuale, rispetto ad altri titoli analoghi che ho già letto sullo stile di vita giapponese. Avrei dato inizialmente tre stelle, perché il libro è scritto bene, in maniera semplice e chiara, senza troppa ridondanza, e la struttura delle varie parti risulta ordinata. Però la cura editoriale e la veste grafica con le meravigliose illustrazioni e i proverbi meritano di essere valorizzate. I termini in giapponese sono adeguatamente tradotti direttamente nel testo e poi riportati tutti in fondo al libro in un glossario. Ho anche scoperto una delle mie nuove parole preferite, "kokoroire" (che significa fare le cose con sincera dedizione, impegnandosi al massimo e mettendoci il "kokoro", l'intreccio di cuore, mente e anima), e il modo di dire "fugen jikkō" (ossia "fai parlare le tue azioni").
Per tutto questo, e per il fatto che ormai una parte di me è giapponese e si ritrova in moltissimi dei comportamenti descritti e auspicati (come vorrei essere con me stessa e con gli altri), ecco che le stelle sono diventate quattro. Ma, appunto, è un quattro più soggettivo che oggettivo.

Re: L' ultimo lupo - Mino Milani

RECENSIONE CORALE A CURA DE “I MISERALIBRI - GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI”

“L’ultimo lupo” di Mino Milani è senza dubbio uno dei libri tradizionali che possiamo suggerire a qualsiasi persona, essendo certi che la coinvolgerà dalla prima all’ultima pagina. Per quanto sia pubblicato nella collana rossa de “Il Battello a Vapore” (ovvero quella destinata ai ragazzi dai 12 anni in su) per quanto sia scritto con un lessico semplice e diretto, questo libro è in grado di stupire.
“Sorpresa” è proprio la parola usata da noi per definire l’emozione principale che abbiamo provato leggendolo, indicando sia la crescita del protagonista Enzo sia i vari riferimenti impliciti ed espliciti contenuti nel testo.
Gli altri personaggi principali della storia sono il padre di Enzo, Giovanni, e lo zio di questi, Mario, ex cacciatore ormai ritiratosi. Quest’ultimo ha sempre vissuto a Fonterossa, un piccolo paese tra le montagne, lontano dagli agi e i servizi della città, che è stato quasi del tutto abbandonato. Mario tuttavia non vuole lasciarlo, al punto tale che, quando il nipote e il sindaco si accordano e lo trasferiscono in un centro sociale provvisto di ogni servizio, egli scappa a piedi per ritornare tra i boschi. “L’ultimo lupo” indaga le relazioni tra tre generazioni diverse, facendoci riflettere su come la società si rapporti e si prenda cura degli anziani, ascoltando o meno le loro necessità e bisogni.
Forse per fargli fare esperienza, forse per fargli conoscere il prozio, il padre di Enzo lo coinvolge nella caccia all’ultimo lupo nei boschi vicini a Fonterossa. Ecco quindi che serve la collaborazione di Mario per battere la zona e stanare l’animale. Milani affronta così anche il binomio uomo-natura soprattutto in alcune pagine puramente descrittive che ci hanno ricordato “Le otto montagne” di Paolo Cognetti, quasi fosse una versione per grandi di questa storia. Qualcuno ha etichettato il libro come romantico.
Secondo una partecipante, il filo conduttore di tutti questi temi contenuti nel libro è rappresentato dai valori scoperti da Enzo nella sua formazione. Fondamentale è la figura di Melania, la compagna di classe di Enzo che lo aiuta a maturare. Attraverso un dialogo sincero, composto da semplici osservazioni e critiche costruttive, Melania invita Enzo a non fermarsi a quanto gli adulti gli abbiano raccontato ma bensì ad indagare, a fare domande. E’ grazie a lei che Enzo ribalta le idee dei genitori. Melania è il motore del cambiamento di Enzo: non può conoscere a priori come reagirà lui, però intanto prova a piantare dei semi nella sua mente, semi che potranno crescere grazie alla sua naturale curiosità. Allo stesso modo, anche Milani semina diverse parole nella sua storia per creare dei collegamenti che vadano oltre la trama del libro. I lettori potrebbero coltivarne alcuni, approfondendo quanto solo accennato. Ma i ragazzi di oggi sarebbero in grado di cogliere i riferimenti che noi adulti vediamo senza fatica, come per esempio quello a pagina 8 sulla Prima Guerra Mondiale? “L’ultimo lupo” è stato scritto negli anni Novanta, indirizzato principalmente ai ragazzi di quella decade. Ci siamo perciò chiesti: se fosse ambientato ai nostri giorni, come sarebbe? C’è un grande distacco tra l’autore, nato nel 1928, e i destinatari di oggi. Il linguaggio realistico potrebbe apparire un po’ forzato. Ciò nonostante, i messaggi del libro sulle relazioni familiari, sulla crescita e sul rapporto uomo-natura, così come quello di non smettere di fare domande, arriverebbero lo stesso. Perché Milani è chiaro e preciso e il libro è “bene intenzionato”: nella sua brevità, riesce a essere incredibilmente denso; non annoia e conquista rendendosi avvincente; concentra in alcune fragole di bosco e negli occhi del lupo la sua intensità. E la lettura diventa un piacere, anzi: viene scoperta dai giovani come un piacere. E chissà che anche questo seme non germogli di più, portandoli a tanti altri libri e ad altrettante rivelazioni.

"L'ho uccisa perchè l'amavo" (falso!) - Loredana Lipperini, Michela Murgia

Un saggio breve imperdibile, purtroppo ancora così attuale nonostante sia del 2012.
Il fenomeno del femminicidio non può essere giustificato, ignorato, o addirittura negato.
Sarebbe interessante se Lipperini e Murgia scrivessero un'appendice, o una postfazione a una nuova ristampa, confrontando quanto riportato con i dati disponibili degli ultimi anni.

I cani del nulla - Emanuele Trevi

Abbastanza disordinato, è più un commento a una poesia di D'Annunzio intervallato da riflessioni ispirate dalla cagna Gina e dal paragone tra l'uomo e l'animale. Eccezion fatta per alcuni periodi, non mi è piaciuto granché.

I geni della creatività - Simon Baron-Cohen

Saggio molto interessante che riassume decenni di ricerche dello psicologo britannico Simon Baron-Cohen. In particolare, Baron-Cohen innanzitutto presenta la sua teoria sul ruolo dell'empatia (E) e della sistematizzazione (S): in base al bilanciamento di queste due facoltà nella mente di una persona, essa agirà in diverse situazioni in maniera diversa da altre. Le categorie principali con cui vengono classificati i cervelli sono cinque: empatia e sistematizzazione possono essere ben bilanciati (E=S), oppure può prevalere leggermente una o l'altra (E>S o S>E), o ancora una o l'altra capacità potrebbero essere portate all'estremo (E>>S e S>>E). La sistematizzazione è molto sviluppata in coloro che lavorano, per esempio, nel campo della scienza e della tecnica, quali ingegneri, matematici, fisici, architetti. Parlando della tipologia S>>E, Baron-Cohen si collega ai disturbi dello spettro autistico: è stato infatti osservato che persone con l'autismo o con la sindrome di Asperger spesso sono sistematizzatrici estreme, con minore empatia. Allo stesso tempo, Baron-Cohen osserva che è possibile che anche molti inventori e rivoluzionari del passato avessero grandi competenze di sistematizzazione; certo, non si può dimostrare che alcuni di loro fossero autistici, però è interessante indagare ora se questi disturbi possano avere qualche relazione con il progresso della nostra specie. La tesi di Baron-Cohen è proprio questa: è stata la sistematizzazione, la creazione e l'applicazione di procedure "se-e-allora", a consentire all'uomo di evolvere e di sviluppare nuove capacità, differenziandosi dalle altre specie animali. La sperimentazione per scoprire logiche e regole fino a quel momento nascoste. Baron-Cohen paragona questa teoria ad altre tre che potrebbero determinare la capacità di invenzione (una per esempio riguarda il linguaggio e la comunicazione) e fa un excursus storico, elencando le differenze tra Homo Habilis, Homo Erectus, Homo Neanderthalensis e Homo Sapiens. Si interroga sull'ereditarietà dei disturbi dello spettro autistico e riporta approfonditamente alcuni studi tenuti da lui e da vari colleghi sulle occupazioni dei genitori di bambini autistici o su alcune località con molte industrie tecnologiche (a Eindhoven, considerata la Silicon Valley d'Europa, vi è una percentuale doppia di persone autistiche rispetto al resto dei Paesi Bassi). Infine, Baron-Cohen dedica una riflessione su come "coltivare gli inventori del futuro" tenendo conto delle loro possibili neurodiversità, ovvero riflette su un sistema educativo che consideri anche la super sistematizzazione.
Come altri saggi in generale, ho trovato a volte ridondante il continuo affermare da parte di Baron-Cohen della valenza della sua teoria sul meccanismo di sistematizzazione. Ho trovato però gli argomenti molto appassionanti al punto tale da cercarne maggiori informazioni in rete. Merita una lettura, anche solo per riflettere sul proprio modo di ragionare e affrontare i problemi, facendo anche i due test di autovalutazione allegati in appendice.

Non possiamo saperlo - Natalia Ginzburg

In questa raccolta, la voce matura di Natalia Ginzburg si esprime su femminismo, attualità, mafia e politica; commemora alcune persone scomparse, importanti molto sia per lei sia per la letteratura italiana (quali, per esempio, Cesare Pavese, Italo Calvino, Sandro Penna, Tommaso Landolfi); si interroga sulla sua adesione al Partito Comunista e al suo possibile contributo; in ultimo racconta, con gli occhi di un narratore onnisciente esterno in terza persona, la propria stessa vita, in un saggio concluso pochi mesi prima della morte avvenuta tra il 7 e l'8 ottobre 1991.

“Nei movimenti femminili, ciò che mi sembra sommamente sbagliato è lo spirito di competizione con il sesso opposto, e lo spirito d'orgoglio. Le parole "donna è bello" non hanno nessun senso. In verità essere una donna non è né bello né brutto, oppure è tutt'e due, lo stesso come essere un uomo. È sbagliato scoprire delle ragioni d'orgoglio, o delle ragioni d'avvilimento, nella propria nascita o origine, o nella propria condizione umana. [...] L'indulgenza va accordata agli errori delle persone singole, non agli errori delle idee. Alle idee si chiede che siano vere e giuste, subito e in assoluto.” – Pag. 43

C'è onestà, schiettezza e obiettività, nei suoi pezzi. Non c'è assolutamente la ricerca di ottenere consenso dei lettori, quanto più di condividere con loro pensieri che a volte potrebbero sembrare contraddittori, ma che dipendono dalla natura umana e dalla facoltà di cambiare idea nel corso degli anni, o persino tra l'inizio e la fine della redazione di una singola pagina. Natalia Ginzburg adopera infatti le parole sia per esprimere una sua opinione sia per mettere ordine tra i suoi ragionamenti, e lo fa rendendo i lettori partecipi di questo processo. Ha talmente cura nella scelta dei termini da usare che si infervora, quando questi vengono appositamente sfruttati per convogliare altri significati.

“Se pensiamo che cos'è in realtà il perdono, e che cos'è in realtà il pentimento, ci dà nausea vedere come siano stati malamente sbalzati nella vita pubblica. Ci dà nausea trovarli nei giornali, osservarli negli schermi televisivi. Perché non esiste nessun rapporto fra l'intimità e la complessità di questi sentimenti e la vita politica e pubblica. Si parla di "questione morale". Ma la questione morale non è soltanto invocare che nella vita politica ci si astenga, come ovunque altrove, da furti, da inganni o da imbrogli. È anche rispettare le parole, difendere la salute delle parole. Studiarsi di situarle sempre nella loro giusta sede.” – Pag. 125

Natalia Ginzburg lo fa: posiziona le parole nei punti giusti dei periodi; le orchestra senza artifizi, senza raggiri; puramente comunica ciò che intende comunicare. Leggerla è sempre una certezza di qualità del suo stile, e anche del nostro tempo trascorso.

Le vite nascoste dei colori - Laura Imai Messina

"Le vite nascoste dai colori" ha molte buone componenti: personaggi principali e secondari ben delineati, sentimenti variegati, il tema della morte e della vita, il fascino verso l'Oriente, e infine l'approfondimento sulla miriade di nomi e locuzioni usati per descrivere ogni possibile colore (nella mescolanza tra fiction e spiegazioni da manuale, la me che imparava a memoria le scritte e le sfumature dei pastelli Giotto è stata soddisfatta). Tuttavia, ho trovato parecchio forzate la trama e le caratteristiche dei personaggi: ci sono troppe coincidenze o contrapposizioni nel libro da poter sembrare realistico. Sembra quasi una favola per adulti, incentrata sull'elaborazione del lutto: "Imparare a 'fare a meno di'. Anche crescere significava 'andare avanti senza', e ogni anno, a ogni svolta, bisognava lasciare andare qualcosa."

Ciò nonostante, per me è al momento il migliore libro di narrativa scritto finora da Laura Imai Messina, ma non ancora il suo migliore in assoluto. Tralascio la saggistica perché devo ancora leggere "Wa". Ho percepito una sorta di maturità, confrontando "Le vite nascoste dai colori" con "Tokyo orizzontale" o "Quel che affidiamo al vento": stando in tema, quello della Imai Messina è un colore che si sta definendo, si sta rendendo deciso pur rimanendo delicato e poetico. Ho infatti l'impressione che l'opera con cui verrà identificata debba ancora arrivare. Il suo stile sta crescendo, qualcosa sta "lasciando andare", non so bene cosa. Secondo me, è in grado di esprimersi al meglio con una lunghezza più breve: la preferisco di gran lunga nei suoi post sui social o sul blog. Ecco, forse sarei curiosa di leggere, in futuro, se mai la scriverà, una raccolta di racconti brevi.

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