Alice Raffaele

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Uomini di poca fede - Nickolas Butler

"Cibo per i vermi. Ecco cosa viene dopo. Un compost gustoso per l'erba che ci ricopre, per gli alberi. Non ce l'ha insegnato il buon Walt Whitman? Che siamo speciali e al tempo stesso non lo siamo. Non più speciali di quei pettirossi laggiù o dei maledetti topi di campagna. Siamo solo un altro brutto organismo destinato prima o poi a esaurirsi."

Cosa vuol dire "avere fede"? In qualcosa di superiore, di trascendente? E invece cosa significa avere fede in qualcuno? Entrambi i casi comportano la gestione delle proprie emozioni e l'uso della razionalità solo fino a un certo punto, perché oltre non si possono applicare regole logiche, regole sicure, perché semplicemente non si può sapere.
A volte è come trasportare una scatola con scritto "FRAGILE" - in maiuscolo, a caratteri cubitali - e dover attraversare sentieri impervi, rischiando di essere soggetti ad attacchi imprevisti, anche da coloro in cui riponiamo questa fede. E la scatola cade, a pezzi.
Altre volte è come osservare qualcosa venir distrutto, eppure si fa di tutto per salvarne almeno una parte.

Nella sua malinconica introspezione, seguendo le stagioni di Lyle e sua moglie Peg, "Uomini di poca fede" ci consente di indagare dentro noi stessi. Allo stesso tempo, fa luce su una delle estreme ma possibili conseguenze di averne troppa, di fede, rinnegando tutto il resto, scienza e medicina in primis.
Lyle si fa domande, dubita, teme, combatte per il legame ben saldo ma in pericolo con il nipote Isaac e si dispera per quello sempre più fragile con la figlia Shiloh. Costruisce ricordi di giornate bellissime, si impegna per credere in qualcosa più grande di lui, tenta fallisce ma non molla: qualsiasi cosa per salvare le persone che ama. Perché, in fondo, sono coloro che danno un senso alla sua esistenza. Anche quando sbagliano, anche quando si allontanano, anche quando lo accusano.

"Oh, lo senti il profumo dei fiori di melo?", chiese Otis. "Nonostante il fumo e la cenere. Forza, continuiamo a ravvivare questi fuochi."

Viaggio ai confini dell'universo (e oltre) - Vincenzo Mirra

Questo testo rappresenta un'affascinante introduzione all'astronomia e alla fisica per dei ragazzi tra i 13 e i 15 anni (più che 11-15, come riportato nel target, almeno secondo me). Nonostante una storia di fantasia con protagonista il capitano Bruce, alternata a brevi biografie di scienziati chiave per lo sviluppo della scienza, ho percepito un po' di distacco e confusione nell'esposizione, a volte mi sono persa tra le righe. Però potrebbe essere che funzioni lo stesso per attirare giovani menti a perdersi... tra le stelle.
Molto carine le illustrazioni.

Gufi o allodole? - Rodolfo Costa, Sara Montagnese

Un ottimo testo per conoscere meglio il concetto di "cronotipo" e la differenza tra gli orologi che regolano le nostre vite: quello solare delle 24 ore, il circadiano proprio del nostro corpo, e quello sociale imposto dalla società (lavoro, appuntamenti, eventi vari).
Dopo una breve introduzione con dettagli scientifici, il saggio approfondisce tematiche quali i fusi orari (offrendo indicazioni in caso si viaggi da Est a Ovest, o viceversa), la turnazione del lavoro e le conseguenze sulla salute; un capitolo intero è dedicato al dibattito sull'abrogazione dell'ora legale, che fa riflettere. È riportato infine un glossario, seguito dall'elenco dei riferimenti bibliografici, quali articoli scientifici o link multimediali, molto interessanti.
Il linguaggio utilizzato è preciso, diretto, non complicato.

Re: Anna Karenina - Lev Tolstoj

Recensione corale a cura de I MiseraLibri - Gruppo di Lettura della Biblioteca di Chiari sulle Parti III-IV-V.

Questo secondo appuntamento su "Anna Karenina" di Lev Tolstoj si è concentrato sulla discussione delle parti centrali (III-IV-V). I personaggi ora possono affermarsi davvero e palesarsi, attraverso le loro parole e azioni. Perdonateci già i numerosi riferimenti a treni e stazioni che faremo d'ora innanzi.
Come ci era parso fin dall'inizio, si sono delineati due o tre principali binari, corrispondenti alle coppie che portano avanti la narrazione: Levin e Kitty, Stiva e Dolly, Anna e Vronskij. Se la prima segue un percorso per così dire classico, l'ultima invece scombina completamente le tappe.
Si riscontrano grandi contrapposizioni non solo in ambito amoroso, ma anche in quello affettivo (il rapporto di Anna a confronto di quello di Karenin verso il loro figlio), in quello economico (i nobili e le masse contadine) e sociale (la condizione femminile e ciò che attualmente chiameremmo gender gap). È una storia istruttiva perché c'è molto da approfondire, al punto tale che ci vorrebbero delle riunioni focalizzate solo su taluni aspetti e basta. In fondo, tuttavia, tutti i discorsi hanno orbitato attorno a un personaggio: abbiamo parlato di egoismo riferendoci a lei e Vronskji; abbiamo valutato l'atteggiamento di Stiva partendo dai suggerimenti di lei a Dolly; per certi versi abbiamo spezzato una lancia a favore di Karenin per come si è comportato con la moglie; abbiamo paragonato il matrimonio d'amore di Kitty a quello per convenienza di lei.
Anna, Anna, e ancora Anna. Il romanzo avrebbe potuto avere benissimo un altro titolo, più comprensivo delle varie tematiche trattate, o forse no. Il cuore dell'incontro di ieri sera è stata la discussione sulla relazione tra lei e Vronskji. Cos'è stata la loro relazione? Il loro amore non ha avuto la possibilità di mutare ed evolvere, come invece è stato per Levin e Kitty. Ma hanno affrontato qualcosa assieme, come coppia? Ci siamo divisi nel rispondere facendo riferimento agli avvenimenti del libro.
A livello stilistico, invece, non possiamo che concordare tutti sulla classica scrittura russa dell'Ottocento: densa, piena, importante e grandissima. Le storie d'amore possono essere quasi ritenute un pretesto per proporre in realtà un'attentissima analisi del momento storico. "Anna Karenina" è un romanzo complesso e dettagliato su tanti fronti. Alcuni passaggi hanno avuto il potere di farci "entrare e uscire dai diversi personaggi femminili", al punto tale che qualcuno si è chiesto se Tolstoj non sia stato aiutato da una mente femminile per arrivare a carpire ogni più piccolo tentennamento delle sue protagoniste. Una partecipante ha affermato che non solo sia un romanzo profondo, ma che vada in profondità, pagina dopo pagina, scavando e grattando le nostre certezze.
Se ormai il giudizio su alcuni personaggi è più o meno stabile, cosa possiamo dire invece di colei che fa da perno all'opera, nonostante abbia pari spazio di altri? Anna ci aveva lasciato nel dubbio per un motivo la volta scorsa; un po' di nebbia si è dissolta, ma lei continua a farci porre domande: è vittima o colpevole di quanto le accade? Di come cerchi di esaudire il desiderio di esprimere sé stessa e le sue pulsioni, uscendo dai binari dell'apparenza e della convenzione? Non ci restano che le ultime tre parti per provare a inquadrarla definitivamente.

Che cosa vediamo quando leggiamo - Peter Mendelsund

Se all'inizio si è affascinati dal formato insolito del volume e dalle sue frasi attraenti e introspettive, dopo poco l'incanto purtroppo svanisce: è un libro illustrato con più figure che parole. Speravo di comprendere qualcosa di nuovo sul perché la lettura sia così immersiva e avvolgente al punto tale da offrirci una via di fuga dalla realtà, oppure capire di più come rappresentiamo e immaginiamo personaggi e luoghi. Qualcosa c'è, è vero, ma non ci sono referenze e, anzi, a volte sembrano prevalere le idee dell'autore... Resta comunque una lettura leggera e riflessiva, ma mi aspettavo di vedere molto di più.

Tokyo orizzontale

Tokyo è "esplosa di troppa vita [...] Troppa vita richiede anche una dose abbondante di morte o non si sopravvive", Tokyo "per essere sé stessa, le bastano tutte le facce che ha".
In alcune descrizioni mi è sembrato di essere di nuovo là, nella capitale del Sol Levante, a perdermi tra le mille luci e i mille ideogrammi, a mirare "il cielo stretto". Ho ritrovato un po' della solitudine quasi paradossale dovuta all'essere in una capitale estranea. L'autrice riesce a trasmetterla, attraverso il personaggio di Carmelita e i suoi scontrini con i ricordi strappati e abbandonati.
Per il resto, le storie e gli altri protagonisti non mi hanno troppo entusiasmato.

Il treno dei bambini - Viola Ardone

"Tiene ragione Tommasino. Oramai siamo spezzati in due metà." (pag. 105)

Divide tra l'amarezza dell'addio e la tenerezza di un nuovo ritrovamento, tra la promessa dell'opportunità e il rimorso della lontananza, tra le frasi spontanee di un bambino di otto anni e le bugie bianche altrettanto naturali di un adulto di cinquantasei. Le due parti di cui è composto "Il treno dei bambini" in un certo senso si bilanciano; nella seconda i cerchi aperti in precedenza si chiudono, senza troppe sorprese ma neanche troppo scontati.
Conosciamo Amerigo da bambino, Nobèl: curioso, vivace, sensibile. Ci lasciamo conquistare dalla sua voce introspettiva e pura, osservando anche noi le scarpe degli altri; poi partiamo alla volta del Nord, un po' impauriti un po' sognanti; rubiamo assieme a lui la mortadella; ci brillano gli occhi di commozione alla vista del violino; ci indigniamo e ci arrabbiamo dopo essere tornati a Napoli.
Poi ci ritroviamo di fronte ad Amerigo da adulto, il maestro Benvenuti: un po' freddo e a volte bugiardo, ne percepiamo la distanza sia da noi sia da ciò che era, in fondo sono passati decenni. Ma la sua è per lo più una corazza, che si può ammorbidire sfiorando le dure corde di violino della sua anima, lasciando che il sorriso di un bambino gli ridia la Speranza, di nome e di fatto.
Le due età del protagonista convincono; Viola Ardone è molto brava a rendere soprattutto la più giovane, anche se il romanzo acquista più carattere, secondo me, nell'ultima parte, più malinconica e pregna di rimpianti e rimorsi. Anche gli altri personaggi, quali per esempio la madre Antonietta, le due madri del Nord Derna e Rosa, la comunista Maddalena o Cap'e Fierro, sono ben caratterizzati.

"Il treno dei bambini" è una di quelle letture adatte per l'autunno, da assaporare avvolti in una coperta, rammentando l'infanzia e la propria fortuna, chiudendo gli occhi dolcemente.

Madame Pylinska e il segreto di Chopin - Eric-Emmanuel Schmitt

Lasciarsi incantare dalle parole di Eric-Emmanuel Schmitt ha lo stesso potere benefico e terapeutico di un abbraccio da parte di una persona cara. Questo racconto, essendo autobiografico, ha addirittura qualcosa in più rispetto alle altre magnifiche storie a cui ci ha abituato lo scrittore francese. Pubblicato da poche settimane, mi si è palesato davanti in un tardo pomeriggio di fine luglio: una possibile risposta a una domanda ansiosa e angosciante che non se ne andava dalla mia testa: per cosa sono portata?

"Madame Pylinska e il segreto di Chopin" è un piccolo romanzo di formazione in cui si affronta il problema di individuare la propria vocazione, il mezzo per raggiungere la propria indole, il proprio successo, non in termini di risultati ma di equilibrio. Per farlo, non è assolutamente detto che basti scegliere un percorso, allenarsi e impiegare un numero minimo di ore, anzi. "Perfezionarsi esige un lavoro qualitativo, non quantitativo. A che serve ripetere continuamente un pezzo, farlo male dieci o cento volte con intenzioni erronee e riflessi sbagliati? Tanto vale segare legna." (pag. 25)
Arriva a chiederselo anche il ventenne pianista Eric-Emmanuel Schmitt, che non riesce a suonare come vorrebbe la musica di Chopin e allora si rivolge a Madame Pylinska, colei che non sopporta fare lezioni tradizionali ed è considerata una delle migliori insegnanti in circolazione a Parigi.
Ella eleva Chopin a essere il miglior compositore di sempre, lo esalta perché "non parte da qualcosa di preesistente: crea! Non ha immagini mentali che precedano la sua musica, è la musica che impone la propria realtà alla sua mente. Rimane pura. Non esprime sentimenti, li suscita." (pag. 40)
Con i suoi metodi all'apparenza bislacchi, Madame Pylinska scoraggia e incoraggia sia il giovane Schmitt sia noi a provare strade alternative; mi verrebbe da dire che ci inviti a pensare fuori dalla scatola, ma non è che sia in realtà pensare "da dentro" la scatola, la nostra scatola che è la nostra personale esistenza?
"Solo una raccomandazione: rifletta. [...] Sulla porta. La porta stretta. La porta unica. Quella che conduce al corridoio che desidera imboccare. Chopin ha scelto la porta della musica, la Callas quella del canto. Qual è la sua porta?" (pag. 74).
Possiamo avere qualsiasi guida, ma dobbiamo metterci del nostro. A volte siamo "troppo ben piantati" per riuscire anche solo a intravedere altre eventuali strade; rischiamo di essere come un "intellettuale" che "fa note, non fa suoni. Pensa alle alte vette e alla frase, non valuta né il timbro né il colore" (pag. 19).
Cosa può quindi aiutarci? "Chopin, è chiaro", direbbe più di un personaggio del libro.
Val la pena provare ad ascoltarlo e farsi "abbordare dall'ineffabile".

Il mondo deve sapere - Michela Murgia

La prima opera di Michela Murgia, ispirata alla sua esperienza come operatrice di telemarketing alla Kirby (multinazionale concorrente della Vorwerk e il suo Folletto), non delude in quanto a ironia e sarcasmo.
I capitoli sono i post di un blog scritto da Camilla, la protagonista, che in breve tempo dall'assunzione comprende e racconta i vari giochetti di potere e manipolazione articolati dalla manager soprannominata Hermann e dal capo BillGheiz sui dipendenti: il premio al miglior operatore della settimana o del mese, le punizioni subdole a quelli peggiori. In base alla propria esperienza lavorativa, il lettore può riconoscersi in alcune scene, ritrovarsi a riflettere sull'aver "sposato" l'azienda e la sua mission oppure no, aver fatto squadra con i colleghi per evitare eventuali ritorsioni. Essendo post di blog, non ci si può aspettare una narrazione fluida e continua; a volta lo è, quando un tema è trattato in più post, ma generalmente no. La lingua tagliente di Michela Murgia colpisce spesso, abile come è lei nell'organizzare le frasi e ordinare le parole: ci si trova ad annuire, a ridere per non piangere; a provare da un lato più empatia per tutti gli operatori di callcenter che telefonano quotidianamente, ma dall'altro ci si domanda se anche le frasi di questi ultimi non siano perfettamente studiate a tavolino. Purtroppo la protagonista sì diverte ma risulta anche arrogante, con un giudizio sempre su tutto e tutti, e un atteggiamento in parte di superiorità. Il racconto finisce in maniera improvvisa, da una pagina all'altra, quando la protagonista decide di licenziarsi, di punto in bianco. Tutto d'un tratto si è spaesati; probabilmente è stato fatto apposta per concludere ad effetto. D'altronde, il lavoro descritto nel testo era precario: instabile, temporaneo e provvisorio, sarebbe potuto finire da un momento all'altro.

Invisibili - Caroline Criado Perez

Non si può assolutamente dire che “Invisibili” non sia un saggio ben argomentato: ogni capitolo è corredato da un numero di riferimenti spesso maggiore di cinquanta, a volte anche quasi a tre cifre. Le citazioni sono indicate con un numerino all'apice di una parola o frase e riportate a fine capitolo. Sarebbero state più utili delle note a piè di pagina, non solo autori, titoli ed eventuali link, ma mi rendo conto sarebbe state del tutto impraticabile.
La tesi che Caroline Criado Perez enuncia già nella prefazione, e tenta di dimostrare in ogni argomento che affronta, è la seguente: la mancanza di dati di genere è una delle forti concause per cui le donne sono ancora discriminate in moltissimi ambiti. Ho scritto "concause" perché il problema ha profonde ragioni soprattutto sociali; la disuguaglianza nasce sicuramente prima (sia dal punto di vista storico sia anche attualmente) ed è causa essa stessa del non considerare o a volte nemmeno raccogliere dati relative alle donne. "Spesso è solo la conseguenza di un modo di pensare che esiste da millenni e che, in un certo senso, è un modo di non pensare." (Prefazione, pag. VIII).
Criado Perez è molto attenta alla terminologia che usa: distingue "dati" da "informazioni" (che provengono da molte fonti), e "genere" da "sesso" (per le differenze a livello biologico). Affronta argomenti a 360°: dal corpo delle donne al carico di lavoro non retribuito, dalla violenza maschile alle teorie sull'evoluzione, dalle disparità in Università e nella Ricerca a quelle nelle organizzazioni aziendali, dalla politica all'economia passando per gli ambienti di lavoro. Il suo stile di scrittura è fluido e scorrevole, nonostante i tanti collegamenti esterni; risulta ridondante e pesante perché in ogni settore affrontato rimarca e ripete la sua tesi, arricchendola delle nuove prove appena portate al nostro giudizio. E' una tecnica che si può ritrovare in molti altri saggi, per aiutare il lettore a ricordare il punto focale dell'opera e a convincerlo maggiormente. In questo libro funziona bene, anche se ammetto di avere sbuffato qualche volta perché dopo un po' sapevo dove sarebbe andata a parere. La curiosità però, per i nuovi dati e per le statistiche, magari riguardanti fatti a me ignoti, spingeva a proseguire. Meritocrazia, pregiudizio di genialità, aneddoti e caratteristiche antropologiche: vi sono descritti concetti che andrebbero spiegati, insegnati o evitati fin dai primi anni di età.

Quali difetti ha quindi questo libro, secondo la mia modesta opinione, per non meritare un pieno punteggio, ma anzi, due stelle?
1) Interessanti sì le statistiche, ma dopo dieci pagine le percentuali nelle frasi sono già troppe; dei grafici avrebbero aiutato a visualizzare meglio e interiorizzare i dati e, al giorno d'oggi, rendere il testo interattivo (magari con dei codici QR verso un'infografica online) avrebbe dato un valore aggiunto al libro.
2) Criado Perez non è del tutto imparziale: afferma di basarsi su dati, ed è vero, ma si può cogliere tra le righe una seppur lieve forma di supponenza che tende a preferire il genere femminile rispetto ad altri. Per esempio, decidendo di riportare le parole di una studentessa di informatica che giudica eccessivo l'accanimento di suoi colleghi maschi che cadono nello stereotipo del nerd programmatore, anzi li reputa forse immaturi (pag. 149), oppure dicendo che le donne siano più adatte degli uomini a rivestire ruoli di leadership e che “tendano per natura all’innovazione” (pag. 246).
I pregiudizi vi sono da entrambi i generi, purtroppo, ed estirparli è dura.
3) Il difetto più grande: compie lo stesso errore che critica nella sua tesi. Mancano infatti dati di genere, volutamente non approfonditi o riportati per via di una posizione personale.
Se avesse parlato di "mancanza di dati sul sesso femminile", si sarebbe forse salvata. Ma ha voluto specificare "genere", e allora perché non parlare di mancanza di dati sui transgender e, più in generale, di tutte le persone che non si identificano con il genere binario? Leggendo le protagoniste di cui parla, negli episodi che cita, cosa vediamo nella nostra mente? Ci immaginiamo, nella maggior parte dei casi, una donna bianca, sui trenta o quarant'anni, di una classe media o povera, quasi sicuramente madre e molto probabilmente vittima di qualcosa. Si consideri per esempio il problema delle toilette pubbliche: come si estende, quando si considerano anche gli altri generi?
Informandosi, si scopre che l'autrice è una TERF (Trans-exclusionary radical feminism: "sottogruppo del femminismo radicale caratterizzato da transfobia, soprattutto transmisoginia, e ostilità verso la terza ondata di femminismo. Credono che le uniche vere donne siano quelle nate con una vagina e cromosomi XX. Desiderano completamente forzare il classico binario di genere, supportando l'essenzialismo di genere." - https://www.wikisessualita.org/wiki/Trans-exclusionary_radical_feminism).
Se il libro aspira a essere obiettivo, qui fallisce clamorosamente. Non lo è perché non ritenere donne una parte della popolazione porta l’autrice a non includerla, e volontariamente.
Vi è perciò un netto bias che, non appena intravisto, è difficile ignorare. Sinceramente, reputo da ipocriti fare un libro su come le donne siano state escluse nei secoli, e poi escluderne altre a propria volta, scrivendo alla fine "man mano che conquistiamo nuove posizioni di prestigio o potere, diventa sempre più chiaro che, a differenza degli uomini, noi non tendiamo a dimenticarci l'esistenza delle donne" (pag. 446).

Nell'ultimo capitolo Caroline Criado Perez scrive che "Colmare il vuoto di dati di genere non basterà a risolvere come d'incanto tutti i problemi delle donne" e "Se almeno si riuscisse a capire che 'senza distinzioni di genere' non significa automaticamente 'paritario' sarebbe già un buon inizio" (pag. 436).
Quello delle discriminazioni di genere è un problema globale, collettivo: solo se ognuno inizia a fare la sua parte, possiamo sperare di superarlo un giorno. L'autrice potrebbe rimediare a qualcuna delle mancanze evidenziate sopra scrivendo “Invisibili - II Parte”, dedicandolo alle persone trans, gender fluid, non binarie, a tutti gli altri generi di cui ha evitato apposta di parlare in questo volume. E' lei stessa, in fondo, a concludere nella postfazione che "quando si esclude il cinquanta per cento dell'umanità dalla produzione di conoscenza, ciò che si perde sono idee che potrebbero cambiare il mondo" (pag. 442), che "per non raccogliere dati sulle donne ci sono un mucchio di scuse" (pag. 444) ma che "dobbiamo colmare il divario di rappresentanza" (pag.450).
Purtroppo, dubito altamente che ci offrirà un tale seguito. Ed è un peccato, perché sono sicura che sarebbe stato più che ben documentato.

Le confessioni di Frannie Langton - Sara Collins

Mi spiace andare controcorrente. Ho imparato parecchi anni fa che le quarte di copertina, i risvolti e i pareri di altri scrittori famosi spesso - molto spesso - più che a descrivere il libro servano ad attirare compratori per venderlo. A volte queste descrizioni sono persino del tutto inaffidabili e fuorvianti; per questo caso direi che valga al 50%.

Il romanzo è presentato come "un caso letterario: un romanzo gotico e passionale, una ricostruzione storica tanto evocativa quanto precisa [...] una ricostruzione della Londra ottocentesca gotica e sensuale, un thriller labirintico come il cuore umano".
Che sia un thriller, è vero: la storia si apre con la protagonista in attesa di subire un processo per l'omicidio dei suoi due padroni, Mr e Mrs Benham (o Madame), che ripercorre in tanti flashback la sua vita dall'infanzia.
Di gotico o aspirante tale, ci si può ritrovare: l'analisi dell'io e delle proprie angosce, da parte soprattutto della protagonista e di Madame; l'argomento della morte è presente, ma è scontato, essendovi stati due omicidi; non penso si possano considerare la stanza di Madame o il Collegio (praticamente un bordello) come luoghi tenebrosi o tetri; c'è un riferimento a Frankenstein, ma anche qui il collegamento mi pare labile.
E' una storia passionale? Sì, ma nel senso che a volte purtroppo ricorda un harmony.
Il thriller è labirintico? No, si capisce ben prima della fine cosa sia successo, l'arma del delitto e pure parte del movente (certo, mancano i dettagli ma il succo è questo).
Nonostante le quattrocento e passa pagine, non ho trovato i personaggi ben caratterizzati, o forse non erano così originali. Madame incarna lo stereotipo della nobile annoiata, oppressa e sottomessa al marito, in cerca di altri svaghi; la sua figura mi è risultata alquanto antipatica. Così come la protagonista, in realtà, di cui non ho per niente osservato la sua "emozionante battaglia di una donna che vuole riappropriarsi della libertà" (secondo me a lei interessava Madame, punto).

La frase sulla ricostruzione storica nel risvolto è vera: l'autrice si è ispirata a vari fatti e documenti dell'Ottocento, come spiega nelle note finali. Il problema è che, secondo me, ne ha messi davvero troppi: il tema principale è ovviamente il razzismo (verso la protagonista mulatta o in generale verso le persone di colore, considerate inferiori da tutti i punti di vista, tanto da essere a volte date "in dono"); si parte con un esperimento socio-educativo in Giamaica, proseguendo con altri esperimenti di natura più macabra; vi è il trasferimento in Inghilterra e la storia d'amore omosessuale tra due donne di classi sociali opposte; ci sono gelosie e intrighi, dosi eccessive di laudano (tintura d'oppio), prostituzione e fustigazioni, sceneggiate d'amore e tanto altro, fino ad arrivare all'omicidio e al processo, di cui ogni tanto ci si ricorda grazie a qualche inframmezzo che ci riporta al presente.

Troppi ingredienti a livello di trama che fin da subito stroppiano, rendendo la lettura lenta, incoerente, insoddisfacente.

Roba da matti - Salah Naoura

Dinamiche familiari, amicizie, viaggi, etnie diverse: sono trattate tante tematiche in maniera semplice e diretta.
Alla fine resta anche una morale: come dice nel libro lo zio Kurt, "Le bugie crescono più velocemente del bambù!" e gli avvenimenti descritti nel libro ne narrano le estreme conseguenze!
Per bambini dai 9 anni in su, è una storia molto spassosa e coinvolgente. Ideale quindi per chi vorrebbe provare ad avvicinare un bambino o una bambina alla lettura.

Re: La mia ciclotimia ha la coda rossa - Lou Lubie

La ciclotimia è un disturbo dell'umore caratterizzato da un'instabilità dell'umore e dell'energia. Ci sono variazioni e variazioni: magari c'è chi è soggetto a onde abbastanza piatte, colpito solo da qualche increspatura; c'è chi invece è più altalenante ma abbastanza costante come una curva sinusoidale (anche se un'ampiezza troppo ampia può comunque giocar brutti scherzi); altri invece potrebbero essere del tutto imprevedibili. A volte potrebbe bastare un commento detto senza pensarci, una bella giornata, un film triste, un regalo, a volte anche niente, per far schizzare l'umore in alto o per farlo piombare in basso.

Soffrire di ciclotimia non vuol dire essere bipolari, lì le condizioni sono un po' diverse (ma non mi permetto di aggiungere altro, non essendo ferrata in materia; potete invece guardare l'immagine a pag. 61). Come descrive il fumetto, la ciclotimia è una delle tipologie del temperamento. Ci sono gli "ipertimici" (umore alto e stabile), i "melanconici" (umore basso e stabile), i "linfatici" (umore neutro e stabile), gli "irritabili" (umore alto e instabile), gli "ansiosi" (umore basso e instabile) e infine proprio i "ciclotimici" (umore variabile e instabile). Sono "ipersensibili, il loro umore varia da un estremo all'altro molto rapidamente, a volte senza motivo. Questa instabilità può compromettere la loro vita affettiva, professionale e sociale". Tra tutta la popolazione mondiale, il 6% circa ha un temperamento ciclotimico, che può essere poi più o meno grande, accompagnata eventualmente da altri disturbi (e.g., il 64% di chi ha crisi d'ansia soffre di ciclotimia). Il temperamento può evolvere poi in un disturbo.

"La ciclotimia gioca su tre funzionalità: l'umore (tristezza, serenità, euforia), il pensiero (confusione e lentezza, chiarezza, affastellamento e ossessione) e l'energia (sfinimento, benessere, agitazione)." (pag. 71)

Con i suoi disegni fantastici e la gamma di colori ristretta al bianco, nero e soprattutto alle sfumature dell'arancione, questa graphic novel di Lou Lubie ha l'incredibile capacità di descrivere in modo semplice e diretto questo temperamento e disturbo. Lo fa commuovendo, strappando ogni tanto un sorriso e facendo spuntare qualche lacrima, per lo smarrimento dovuto al non riuscire a identificare la propria sofferenza e per la confusione da ciò che ne deriva, a livello professionale, sociale e soprattutto personale.

"Le etichette sono un peso terribile, perché ti feriscono, ti stigmatizzano. Ma al contempo ti definiscono, ti aprono delle possibilità. E poi che la sia chiami ciclotimia, bipolarismo, volpe oppure niente, in ogni modo, lei c'è. Ed è necessario non perderla di vista. Prima della mia diagnosi, avevo un'immagine di me molto instabile, fragile. Mi chiedevo... Come potevo essere contemporaneamente questa persona smagliante, energica... e quest'altra, lamentevole, debole, senza risorse?" (pag. 136-137).

Quale messaggio prova e riesce a comunicare l'autrice, attraverso questa storia? Qual è il turning point?
E' riuscire a comprendere e interiorizzare che non è - e non sarà mai - un'etichetta a stabilire chi uno possa essere e/o cosa possa fare, bensì sempre e solo noi stessi: la decisione spetta ancora e sempre a noi. Trovando la forza, anche se non è facile, di cercare aiuto, di confidarsi e parlarne con le persone care, di non farsi divorare da un lupo travestito da volpe.
"Non possiamo scegliere quello che proviamo, ma possiamo scegliere quello che facciamo." (pag. 113)

Anna Karenina - Lev Tolstoj

Recensione corale a cura de I MiseraLibri - Gruppo di Lettura della Biblioteca di Chiari sulle Parti I-II.

I nostri incontri sono sempre partecipati e stimolanti, indipendentemente dai titoli oggetto di discussione. Eppure un classico ha sempre "qualcosa da dire" ancora, citando Italo Calvino. Figurarsi quando, dopo le prime due parti, Anna Karenina stessa pare ancora sfuggente, come l'ha ottimamente definita Alessandra. E figurarsi quando, nonostante il titolo a lei dedicato, è in realtà co-protagonista con almeno altri due o tre personaggi altrettanto accuratamente descritti, quali Levin o Kitty, per esempio.
Tra i partecipanti c'è chi si è avvicinato per la prima volta al romanzo trovandolo sorprendente, e c'è anche chi l'ha riletto dopo decine d'anni, trovando poco di eccezionale o chiedendosi perché in passato ci fosse stato tanto entusiasmo.
Per quasi tutti le pagine sono volate, nonostante il tema del tradimento non sia proprio il preferito.
C'è anche chi, come la sottoscritta, pur ammirando l'eccezionale qualità di scrittura dell'autore, non è ancora convinta del romanzo in sé, forse per altissime aspettative o perché Anna, appunto, non si è ancora palesata del tutto. I dibattiti e i punti di vista di ieri sono però stati così avvincenti da far venire voglia di proseguire subito con le prossime pagine e cercare di inquadrare di più Anna.
Anna che non è un'eroina, Anna che sta un pochino antipatica, Anna che è di qualità superiore ma che a gestire le emozioni impreviste forse non è così eccelsa, ha sottolineato un partecipante. Anna che sa benissimo chi è oppure il suo tormento non è solo amoroso ma anche identitario, combattuta tra come la vedono gli altri e ciò che davvero vorrebbe essere?
E come non parlare di Levin e della sua vita in campagna, della società rurale messa inevitabilmente a confronto con la vita sociale di balli e feste in città, rendite dalla nascita a confronto con lavoro nobilitante?
Discuteremo ancora di questi contrasti, come delle altre contrapposizioni di cui il testo è pieno: parecchi capitoli contengono infatti situazioni e comportamenti duali con cui Tolstoj si diverte a questionare noi lettori. "Da quale parte ti schieri?", sembra chiederci. Un altro partecipante infatti rimarca che il libro faccia pensare: sulla società, sui rapporti sentimentali, sulle relazioni genitori-figli.
Come può una madre abbandonarsi alla passione trascurando il figlio? Cosa intendiamo per amore, il (futuro) matrimonio compromesso e ripiego (o no?) di Kitty e Levin oppure la passione travolgente di Anna e Vronsky, o qualcos'altro? Fino a dove si può arrivare, per la propria felicità individuale?

Tutto questo e molto altro ancora, nel prossimo incontro del 4 settembre, quando discuteremo delle Parti III-IV-V.

Memorie di un cuoco d'astronave - Massimo Mongai

Recensione corale de I MiseraLibri - Gruppo di Lettura della Biblioteca di Chiari

E' stato ritrovato uno scritto inedito di Rudy "Basilico" Turturro; lo riportiamo qui sotto in versione integrale.
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"Le parole devono comporre una frase come gli ingredienti un piatto; bilanciamento, originalità e soprattutto un messaggio non dovrebbero mai mancare per nutrire ciò che è alla base del funzionamento di tutto il resto: la mente, che digerisce e interiorizza l'essenza della condivisione."
(Tratto dall'opera mancata "Cibo e libri", di R. Turturro)
Una volta rientrato sulla Terra dopo l'esperienza sulla "Muummeenuh", mi sono dedicato alla scrittura di vari trattati e ovviamente a spendere un po' della fortuna che avevo accumulato e investito, tra viaggi, relax e appuntamenti galanti. Ah, vinsi anche il Premio Urania per la collezione di racconti sulle varie imprese di cui ero stato protagonista. Questo attirò l'attenzione di una popolazione di un pianeta non troppo lontano, anzi, facilmente raggiungibile in pochi giorni di viaggio.
Agli alieni del pianeta dei MiseraLibri (consoni a nutrirsi di parole, punteggiatura, periodi e capitoli) era giunta voce delle mie prodezze, ma erano curiosi di sentirle direttamente dalla mia bocca e di condividere tra loro le impressioni a riguardo. Seguivano ancora il calendario terrestre, e organizzarono per il 7 agosto una serata in mio onore. Si sa, non c'è occasione che tenga per non essere accompagnata da un buon pasto, e così mi offrii volontariamente di preparare un menu dove le portate sarebbero state ispirate alle mie cronache.
Beh, un palato fine, quello dei MiseraLibri!
Nonostante la mia premessa, che avrebbero dovuto assaggiar tutto con "spirito leggero", e un entrée a base di soia e alghe che li divertì, quella cena fu per lo più un fallimento. Il Premio Urania, un concorso letterario annuale di fantascienza assegnato ad un romanzo italiano inedito, creò in loro alte aspettative. Buona parte di loro assaggiò i vari piatti-racconti ma poi li scartò, decretandoli "opere non ben riuscite". Una partecipante di nome Sandra mi definì moraleggiante, probabilmente per il mio vizio di filosofeggiare prima di esporre i fatti accaduti. Altre due lettrici, Vilma e Giusy, mi dissero di trovare deludenti i racconti.
Provai a insaporire di più qualcosa, ma solo Lucrezia mi confessò di aver passato ore esilaranti a sentirmi sproloquiare di tantissimi argomenti, e di supportarmi nella campagna contro gli Umanisti per incentivare l'uso del sale. Per Rachele probabilmente ero stato un po' troppo auto-celebrativo, quando narravo di come avevo tolto più volte dai guai l'Astronave Extra Spaziale, però capii che trovò interessanti le mie mirabolanti avventure. Non so ancora bene invece come valutare le parole di William, che etichettò il mio memoir come un "libro da bagno", nel senso di qualcosa che si sfoglia una volta ogni tanto (mica nell'altro significato a cui avete pensato, eh!). Ad Alice piacque scervellarsi sul pronunciare i miei neologismi scritti in romanesco-inglese, ma in generale non la convinsi troppo.
I MiseraLibri sono una specie onnivora; di natura non sono per niente razzisti e sono disponibili a discutere di qualsiasi cosa, a gustare piatti-libri di origine e composizione diversa. Credo ne abbiano provati tanti, nella loro seppur breve esistenza, e quindi cercavano qualcosa che li spiazzasse e li sorprendesse, non qualunquismo e banalità. Apprezzarono il mio cibo come lingua universale, ma mi criticarono di non aver inserito un capitolo sul binomio a loro più vicino, ossia quello tra cibo e libri. In quella parte di Universo purtroppo le specie che leggono almeno un libro all'anno sono meno della metà, e nel mio viaggio non ne conobbi.
Spero comunque di aver rimediato con questo mio pezzo inedito e onesto a loro dedicato. E - chi lo sa? - magari un giorno mi daranno un'altra chance. In fondo, in cucina si impara dai propri errori.
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