Silvia Lorenzini

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Il più grande uomo scimmia del Pleistocene - Roy Lewis

Non sarà forse “uno dei più divertenti libri degli ultimi cinquecentomila anni” come, scherzosamente, si gloria di essere, ma di sicuro “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” è una di quelle letture intelligenti che fanno riflettere con un sorriso.
L’argomento è fra i più curiosi che ci possa aspettare: le singolari vicissitudini di una famiglia di ominidi alla scoperta “di alcune delle cose più potenti e spaventose su cui il genere umano abbia mai messo le mani: il fuoco, la lancia, il matrimonio e così via”.
Dalla voce di Ernest, giovane ominide di un’orda di cacciatori, scopriamo le difficoltà che la vita di qualche centinaio di migliaia di anni fa riservava ai nostri progenitori: la fatica di dover masticare per mezze giornate intere la carne cruda degli animali cacciati, la concreta possibilità di trasformarsi da un momento all’altro nella colazione di qualche grande predatore, il freddo, la paura.
Il tutto narrato attraverso l’ottica dell’anacronismo, in una continua e comicissima commistione fra un passato semi-probabile e il mondo di oggi.
Chiave di volta di tutta la storia è Edward, il più grande uomo-scimmia del Pleistocene appunto, l’illuminato capo-orda, convinto sostenitore della necessità dell’evoluzione, mente visionaria entusiasta del progresso scientifico e sociale.
Nella sua convinzione che l’uomo sia destinato a non restare per sempre relegato alla dimensione scimmiesca, Edward incoraggia i suoi simili scimmieschi a sperimentare la caccia, la lancia, la pittura, l’arco, l’addomesticamento degli animali, consapevole delle sfide del progresso, ma fiducioso della possibilità dell’uomo di superarle tutte.

Insomma, un libro che è un modo diverso per riflettere su quello che eravamo e su quello che ancora, con un po’ di fantasia e tanta determinazione, potremmo divenire in meglio.
Non senza una buona dose di coraggio, necessaria di fronte alla complessità del mondo.
Un plauso al traduttore italiano Carlo Brera che traduce benissimo il già bel titolo originale "The evolution man".

Paura - Stefan Zweig

La storia prende le mosse quando Irene, moglie di un avvocato viennese, viene un giorno improvvisamente approcciata da una sconosciuta, quasi uscita dal nulla, che le chiede del denaro in cambio del suo silenzio riguardo alla relazione che la donna intrattiene con un giovane pianista. La mancata reazione di Irene incoraggia, come prevedibile, le richieste della ricattatrice che inizia a pretendere cifre sempre più consistenti e divenire una presenza sempre più invadente nella vita di Irene.
La novella è tutta qui, nel racconto dello sconvolgimento di un piccolo mondo borghese, fatto di sicurezza economica, di un marito amorevole, di una rispettabilità sociale che, da un giorno con l’altro, sembra essere prossima a sgretolarsi.
La paura di Irene è un’onda montante che cresce pagina dopo pagina nella sua mente, fino a divenire una barriera insormontabile che le impedisce di condurre una vita normale: è la paura di essere scoperta dal marito, di essere seguita dalla ricattatrice, paura della vergogna, paura del marito stesso, della sua reazione, paura, infine, di perdere il controllo della propria esistenza.
Ma ciò che ho trovato particolarmente interessante nella novella è l’indagine che Zweig magistralmente conduce sulla relazione fra Irene-suo marito, in una sorta di complesso gioco di non detti in cui non si capisce più chi sia la vittima, l’offeso e chi, invece, tenga in mano le redini del gioco.
Alla fine, gran colpo di scena quanto mai inaspettato e quanto mai ambiguo. Si tratta di un lieto fine (come appare a una prima lettura) o siamo di fronte all’apoteosi dell’ipocrisia coniugale? Ai lettori l’ardua sentenza, io non saprei.

Re: Febbre a 90' - Nick Hornby

La fede calcistica è un destino. Può essere anche un'ossessione e, in taluni casi, una condanna. Di sicuro, come tutte le passioni, non ha nulla a che vedere con la ragione.
Se, come me, siete "profani" di calcio e da sempre vi domandate perché per buona parte dell'umanità questo gioco sia quasi una ragione di vita, beh, leggete Hornby e capirete.
A metà fra il memoir e il romanzo, Hornby ci racconta del suo innamoramento per il calcio (anzi no, per l'Arsenal) negli anni della sua infanzia. Da lì in poi ogni evento e momento della sua vita viene associato a un evento calcistico e filtrato dai ricordi delle stagioni, più o meno fortunate, della squadra del cuore.
Divertentissimo, humor inglese all'ennesima potenza.

Re: Niente caffè per Spinoza - Alice Cappagli

Alice Cappagli (per decenni violoncellista della Scala) racconta in un delicatissimo romanzo l'amicizia rispettosa che lega un anziano professore di filosofia, ormai cieco, e Maria Vittoria, la sua badante tuttofare, con il compito specialissimo di leggere per lui (sì, proprio leggere) quello che il professore le chiede.
In cerca di riscatto dalle ceneri di un matrimonio fallito, Maria Vittoria approda al, per lei insolito, lavoro di badante, entrando lentamente nella quotidianità della famiglia del Professore. Fra le zucchine da lessare e il caffè da preparare, Maria Vittoria impara a conoscere amici e vicini, ma anche e soprattutto altri amici che il Professore frequenta: i grandi filosofi del passato, i compagni di carta silenziosi che sono sempre lì ad attenderlo ( e ad attenderci) qualora ne sentiamo il bisogno.
Epitetto, Epicuro, Pascal divengono a poco a poco le pillole quotidiane per guarire dal male della vita, i semini di Pollicino che riportano sul sentiero che si era perso.

Per imparare a finire e a ricominciare.

Sullo sfondo di una Livorno luminosa e ventosa che, sicuramente, dopo aver letto il libro, vi verrà voglia di visitare.

I vicerè - Federico De Roberto

Quando Luigi Capuana lesse I Viceré ne fu così entusiasta che in una lettera scrisse a De Roberto: "Ti scrivo subito per dirti che hai fatto un lavoro con sei para di..." .
E già da questo commento di uno dei maestri del romanzo verista si può capire la portata di un'opera come I Viceré, davvero una narrazione complessa, articolata e ricchissima.
Un gigantesco romanzo corale, una trama vivida e realistica di vite e di passioni sullo sfondo della Sicilia della seconda metà dell’Ottocento.
Al centro della vicenda gli Uzeda di Francalanza, i Viceré, una delle famiglie più aristocratiche della Sicilia. Ricchi e arroganti quanto compete al loro stato sociale. Non solo ricchi, ma anche capricciosi, orgogliosi, vendicativi, litigiosi, avidi. Una stirpe di uomini e donne arroccata da sempre nei propri privilegi di casta, destinata a scontrarsi con un mondo che cambia.
Un caleidoscopio di personaggi indimenticabili, una narrazione dai ritmi ora serrati ora distesi per raccontare la decadenza di una famiglia in uno dei momenti cruciali della storia d'Italia e, in particolare, della Sicilia.
Romanzo ingiustamente dimenticato, forse per la sua ampiezza, merita di essere riscoperto da quei lettori che hanno voglia di prendersi tutto il tempo che serve ( e in questo caso ne serve parecchio) per gustarselo a fondo.

Omicidio a Lombard Street - Amedeo Feniello

Diversamente da come si è indotti a credere dal titolo e dalla copertina, il libro non è un giallo. Come scrive lo stesso Feniello (docente di Storia Medievale all’Università dell’Aquila), la storia “non è per niente immaginaria, ma vera in tutte le sue parti”.
Si tratta, dunque, di un saggio storico (astutamente mascherato dalla CE da romanzo giallo) che prende le mosse da un fatto di cronaca nera accaduto a Londra il 26 agosto del 1379: il brutale assassinio di tale Giano Imperiale, ricco mercante genovese.
Trovare il bandolo della matassa per comprendere chi è l’autore del delitto, ma soprattutto le complesse vicende processuali che seguiranno alla scoperta degli indiziati (spoiler: sì, verranno arrestate e accusate due persone) richiede la conoscenza dettagliata di tutto quanto si cela dietro l'omicidio.
Ed è qui che Feniello, da storico qual è, ricostruisce a ritroso la fitta rete di situazioni che, nell’Inghilterra della fine del Trecento, hanno reso la morte di Giano Imperiale un complesso e delicato caso politico.
Se la storia vi appassiona, questo è senz’altro il libro per voi.
Scoprirete, ad esempio, che Lombard Street (tuttora esistente a Londra) si chiama così perché in essa si stanziarono, a partire dal regno di Edoardo I, i cosiddetti Lombardi, termine con cui si indicavano i mercanti e prestatori di pegno provenienti dall'Italia centro-settentrionale.
Verrete anche a sapere di come questi Lombardi furono per secoli importantissimi per la monarchia inglese che concesse loro privilegi enormi, destinati a suscitare invidia e odio nella borghesia londinese.
Un viaggio alle origini del capitalismo inglese.

Il ritorno di Casanova - Arthur Schnitzler

Il ritorno di Casanova", racconto lungo di Arthur Schnitzler pubblicato nel 1918, narra il declino dell'ormai cinquantenne Giacomo Casanova, un tempo avventuriero e seduttore leggendario, ora squattrinato e in esilio. Ospite nella villa di un vecchio amico, incontra la giovane e colta Marcolina, che non si lascia affascinare dal suo mito, vedendolo solo come un uomo anziano e lascivo. L'impossibilità di conquistarla lo spinge a un atto spregiudicato con conseguenze inattese. Schnitzler dipinge un Casanova cinico e malinconico, ossessionato dalla giovinezza perduta e dal timore dell’oblio, simbolo di un'epoca in declino, proprio come l'Austria postbellica, incapace di accettare la fine della propria gloria.
A volte è difficile sopravvivere al proprio mito.

Uno psicologo nei lager - Viktor E. Frankl

Come è possibile sopravvivere in un lager? Quali sono i meccanismi mentali che spingono un individuo a a trovare il coraggio di affrontare quotidianamente atrocità e umiliazioni e a ritrovare la speranza che tutto prima o poi finirà?

Viktor Fankl, ebreo viennese, trascorse gli anni dal 1942 al 1945 prigioniero in diversi lager, fra cui Auschwitz.
“Uno psicologo nei lager” è una testimonianza personale, ma è soprattutto una narrazione straordinaria, efficacissima e scorrevole, della vita degli internati nel tentativo di spiegare dall’ottica di uno specialista (Frankl era uno psicologo, come appare chiaro dal titolo dell’opera) cosa accade nella mente di un essere umano che si trova a subire quest’esperienza.

Re: Tutta la vita che resta - Roberta Recchia

Roberta Recchia (insegnante, laureata in lingue, appassionata di scrittura, ma alla sua prima prova come autrice di romanzi) imbastisce un'avvincente storia che è un po' saga familiare, un po' giallo, un po' romanzo sentimentale.
Soprattutto, il libro è un drammatico intrico di storie in cui l'autrice, con grande sensibilità, ha voluto trattare temi delicatissimi quali la violenza e il lutto.
Il romanzo prende avvio negli anni '50 per raccontare la complessa vicenda che conduce al matrimonio Marisa e Stelvio, fra pressioni familiari e chiacchiere di quartiere, per poi spostarsi negli anni '80 dove si sviluppa il cuore della storia: lo stupro e l'omicidio della sedicenne Betta, primogenita della coppia, in una notte d'estate in riva al mare.
La tragedia stravolge ogni equilibrio personale e familiare, al punto che nessuno si accorge, neppure lontanamente, del fatto che Betta non è stata l'unica vittima della violenza e che la più fragile cugina Miriam ha subito lo stessa dramma, pur riuscendo a salvarsi la vita.

A questo punto di più non si può davvero svelare.
Il romanzo è ben scritto, avvincente, i personaggi sono credibili nei loro lati oscuri e nelle loro fragilità . Insomma, le quattrocento pagine del volume si divorano in fretta.
Però...
Però in alcuni punti si ha l'impressione che l'autrice abbia voluto sensibilizzare il lettore su davvero troppe cose, con l'intenzione di non dimenticare nessun tema attuale. E quindi nel romanzo troviamo tutto: pregiudizi, difficoltà intergenerazionali, violenza, malattie terminali, abuso di sostanze, disforia di genere, machismo, famiglie disfunzionali, ecc ...
E, insomma, qualche volta il lettore vorrebbe anche tirare un po' il fiato.

La felicità del lupo - Paolo Cognetti

Fausto e Silvia si trovano entrambi a lavorare come stagionali in un ipotetico paesello di montagna, Fontana Fredda, dove il locale di Babette è un punto di ritrovo per sciatori stanchi e affamati, forestali, cacciatori.
Fausto è il cuoco, Silvia la cameriera. Fausto ha quarant’anni e ha alle spalle una vita complicata di aspirante scrittore e di marito abbandonato e forse tradito. Silvia è una ragazza di ventisette anni e “non era il tipo di ragazza che ti aspettavi di trovare tra i montanari: giovane, allegra, aria da giramondo".
Il rifugio di montagna di Babette diviene per loro l’occasione di fuga e, appunto, di rifugio: una pausa dall’esistenza o forse, chi lo sa?, una nuova esistenza.
Cognetti, come già in Le otto montagne, costruisce una storia di “destini incrociati”, di personaggi che si attraggono e si sfuggono, fra i poli della città, lontana sullo sfondo (la grigia Milano) e la montagna con i suoi paeselli minuscoli e la natura sublime e feroce.

Gli uomini faticano, desiderano, sognano, si amano e muoiono, mentre la natura procede inesorabile con il suo ciclo di nevicate, freddo, valanghe, disgelo, fioriture, alpeggi e foglie che cadono.
Intanto gli uomini, e i lupi, non smettono di cercare inquieti la loro felicità.

Il Duca - Matteo Melchiorre

L’ultimo erede della dinastia dei Cimamonte si è stabilito a vivere nella villa dei suoi avi a Vallorgana, un immaginario paese di montagna, dove amministra, per quanto nelle sue capacità, le tenute che appartengono da secoli alla sua famiglia.
Il Duca, come viene chiamato dagli abitanti del paese (non senza una punta di ironia), si aspetta dalla vita in un luogo “dove il peso del mondo si immaginerebbe che sia lieve”, la possibilità di un tranquillo tran-tran: nulla di importante, “nessuno strappo alla quotidianità”.
Ma un giorno viene a sapere che Mario Fastreda, l’uomo che tutti in paese venerano e servono, gli contende il possesso di tre ettari di bosco, essenziali per realizzare una malga in montagna e la strada necessaria per arrivarci.
Il Duca, contro ogni sua volontà e aspettativa, si trova così coinvolto in una lunga e complessa faida di paese, in cui odi inveterati e interessi di parte mettono in discussione non solo la sua tranquillità, ma soprattutto il senso delle sue non-scelte.
Costretto a confrontarsi con le logiche profonde che innervano la vita della comunità e ad apprendere la “grammatica” della montagna e dei boschi regolati da eterne leggi di natura a lui sconosciute, il Duca si trova a interrogarsi sulla sua presenza e sul suo ruolo in un luogo che per lui era solo una soluzione dettata dalla pigrizia.
Inizia così un confronto con il proprio passato, che è per lui il passato della propria dinastia, gli ingombranti feudatari di Vallorgana su cui per generazioni hanno imposto la loro autorità (e spesso la loro protervia).
“Il Duca” è un romanzo epico, scritto con una lingua articolata ed elegante da un autore che, come si vede, è storico di professione.
Coinvolgente ed attualissimo, il romanzo sviluppa interessanti riflessioni sul rapporto fra uomo e ambiente e i delicati equilibri della montagna.
Leggetelo. Una volta concluso, Vallorgana vi mancherà.

Re: Il test della gallina - Alessandro Domenighini

L'esordiente Alessandro Domenighini ci dimostra ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, che un romanzo giallo può essere molto di più di un romanzo giallo, ma può costituire l'occasione per farci conoscere uno spicchio di realtà in più.
In questa storia, infatti, l'autore riesce benissimo a spingerci a guardare un attimino più in là degli stereotipi che abbiamo riguardo agli altri e su cui spesso ci adagiamo per comodità.
Tutto ciò con una leggerezza che fa spuntare il sorriso sulle labbra per tutta la lettura.

Innanzitutto il protagonista, l'ispettore Belafatti, è quantomai anticonvenzionale per il suo ruolo. Lontano dal modello del detective cervellotico a cui nulla sfugge, così come dal personaggio macho super efficiente e performante, pronto a inseguire i malviventi in fuga sui tetti delle case, l 'ispettore Belafatti è anzi la timidezza fatta persona.

Eroe per caso, come si scoprirà nel romanzo, non è di sicuro un James Bond che conquista le femmine con lo sguardo, quanto piuttosto la preda incredula e impacciata di donne che, loro sì, sanno davvero quello che vogliono.

Al di là dell'originale personaggio di Belafatti (impegnato nella storia ad indagare sull'omicidio di un'anziana signora), il romanzo offre un'ottica diversa anche su temi importanti come le malattie rare o l'immigrazione.

Il fantasma di Canterville - Oscar Wilde

Il fantasma di Canterville è il fantasma più pasticcione e sfortunato della storia.
Dopo una lunga e onoratissima carriera di “spettro domestico”, che ha seminato il terrore fra tutti i membri della lunga dinastia inglese dei Canterville, la carriera e la reputazione del fantasma vengono minacciate dall’acquisto della magione, da lui infestata con tanto impegno e serietà per secoli, da parte di una famiglia di Americani.
I facoltosi Yankees (padre, madre, due pestiferi gemelli iscritti a Eton, e una graziosissima figlia) si mostrano subito ben poco impressionati dalla presenza del fantasma, con grande disappunto dello stesso che decide, a questo punto, di sfoderare tutte le proprie più temibili armi. Funzionerà?

Oscar Wilde si diverte e vuole farci divertire, puntando il dito contro la vecchia e un po’ ammuffita Inghilterra, orgogliosa delle proprie tradizioni fino agli scheletri nell’armadio, ma anche contro gli Americani, materialisti e pragmatici fino all’eccesso.

Al di là della satira sociale, il fantasma di Canterville è un’occasione deliziosa per riflettere sul fascino del mistero, sulla forza dell’immaginazione, e soprattutto sulla potenza dell’amore. Quello puro, incondizionato, che è dono di sé agli altri. E su come questo amore possa andare oltre ogni ostacolo, dimostrandosi più forte della morte.

Grandissimo Oscar Wilde, che riesce a farci ridere e a strapparci una lacrimuccia al tempo stesso.

Il delitto di Lord Arthur Savile - Oscar Wilde

Lord Arturo Savile è un rampollo dell’aristocrazia britannica, le cui occupazioni non vanno oltre i ricevimenti, le cene al club, le corse di cavalli e il corteggiamento della deliziosa fidanzata Sibille.
Questo finchè, un giorno, il nostro eroe incontra il suo destino.
O meglio, non lo incontra affatto ed è proprio da qui che nasce il suo problema.
Tutto inizia quando, durante una festa, un chiromante svela a Lord Arturo quanto la lettura della sua mano rivela: egli commetterà un delitto.
Lord Arturo, sconvolto dalla notizia, decide “altruisticamente” di portare a compimento quanto prima ciò che il destino gli ha riservato, ossia commettere un delitto, in modo da non dover coinvolgere la futura sposa nelle possibili fastidiose conseguenze della vicenda.
Più facile a dirsi che a farsi, l’impresa è costellata di problemi. Primo fra tutti: chi uccidere?
“Il delitto di Lord Arturo Savile” è un delizioso racconto lungo in cui Oscar Wilde sfodera il migliore dark humour britannico.
La vicenda (ironica, irriverente, provocatoria… degna di Oscar Wilde, insomma) riflette scherzosamente sulle gabbie in cui, più o meno volontariamente, intrappoliamo la nostra vita, su quanto facilmente assumiamo ruoli che ci troviamo a recitare, senza neppure fermarci a riflettere sul senso di quello che facciamo.
Oscar Wilde applica il suo “studio sul dovere” (questo è il sottotitolo del racconto) alle vuote convenzioni della società vittoriana, inscenando nella storia uno dei suoi personaggi tipo prediletti, quello del dandy scioperato, tanto raffinato quanto amorale.
Senza dimenticarsi di strizzare simpaticamente l’occhio all’occulto e alla creduloneria.
Intelligente, raffinato, spassoso.

Tutte storie di maschi bianchi morti... - Alice Borgna

La cancel culture, che dilaga negli USA, inizia a fare capolino anche qui in Europa e in parecchi siamo curiosi/ansiosi di capire se l’idea di cancellare (proprio come se non fosse mai esistito) tutto il passato non in linea con l’attuale ideologia woke sarà ricevuta e applicata, anche nel Vecchio Continente e in Italia.
Il libro di Alice Borgna, professore associato di Lingua e Letteratura Latina presso l’Università del Piemonte Orientale, tenta di fare un po’ il punto di quanto sta accadendo al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico, rispetto alla disciplina dell’Antichistica (in parole povere, lo studio della lingua e letteratura latina e greca, della storia antica e di tutte le questioni connesse).
La scrittura della Borgna è briosa e ironica, ma il taglio dell’analisi riguarda però principalmente la situazione del dibattitto accademico, più che delle conseguenze che questo fenomeno sta avendo sulla cultura.
Al di là di questa scelta di un’ottica assai specialistica, che dipende senza dubbio dal fatto che la Borgna è inserita all’interno dei meccanismi dell’accademia, il libro offre tante informazioni e tanti spunti di riflessione principalmente riguardo alla supposta mancanza di inclusività degli studi classici, considerati da molti, oramai, non tanto l’espressione di una cultura umanistica che ha qualcosa da dire a tutti, bensì quella di una cultura maschilista, patriarcale, suprematista bianca, la spina dorsale, insomma, che ha sorretto per secoli il feticcio della civiltà occidentale.

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