Alice Raffaele

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Specchio delle mie brame - Maura Gancitano

“In una delle prime ricerche che condusse alla Loyola University di Chicago durante il suo dottorato agli inizi degli anni Duemila, Renee Engeln chiese a un centinaio di studentesse di pensare all'immagine della donna ideale in base agli standard sociali, quindi di riflettere sul suo aspetto e di descriverlo. In seguito, chiese di immaginare in che modo sarebbe cambiata la loro vita se avessero avuto le stesse caratteristiche fisiche. Quali differenze ci sarebbero state? Più del 70 per cento delle studentesse disse che la gente le avrebbe trattate meglio.” – Pag. 100 di 163 (ebook)

La tesi principale di questo saggio di Maura Gancitano è che l'idea di bellezza sia stata appositamente travisata per corrispondere a quella di consumo e perfezionamento mai finito dell'aspetto esteriore, secondo canoni non decisi dalle donne singole ma imposti dalla società. Canoni che portano a una malattia della cosiddetta “bellezza”, che “colpevolizza. Non ti spinge a formulare nuove domande, ma ti schiaccia sui soliti arrovellamenti del pensiero. Ti fa credere di non essere abbastanza, ti costringe a tenere lo sguardo fisso sui confini del tuo corpo” (pag. 139).
Nel testo c'è un po' di tutto (non molto di innovativo, però organizzato e spiegato bene): dalla società dei consumi all'esercizio del potere; dalla diffusione della fotografia e della pubblicità al grasso, alla cellulite e ai disturbi alimentari; dalle taglie di vestiti alla menopausa, fino ad arrivare alla teoria dell'auto-oggettivazione, che non sta colpendo più solo le donne ma anche gli uomini, con l' “incremento di modelli maschili oggettivanti e di effetti nefasti sulla percezione che gli uomini hanno del proprio aspetto. [...] L'uomo non deve essere magro, ma forte, muscoloso, agile, virile” (pag. 126). Il concetto è sbagliato, da molto più tempo per le donne, come ricostruisce Gancitano, ma di principio per ogni individuo indipendentemente dal genere: “La ragione alla base di queste iniziative è, purtroppo, solo quella di creare nuovi bisogni e immettere nel mercato nuovi prodotti per accrescere il fatturato del settore della bellezza” (pag. 127). Ma quanto siamo “belli” se discriminiamo e trattiamo male gli altri solo perché non soddisfano certi canoni? È ora di tornare all'autentico senso della bellezza, che è libertà e indipendenza; è un enigma, “è ambigua, è esperienza dell'ignoto”, e la sua ricerca “spinge a coltivare le esperienze di vita, fa sentire in fioritura, offre fiducia nel seguire la vocazione” (pag. 154).

L'isola dei battiti del cuore - Laura Imai Messina

Come successo in passato, questo libro di Laura Imai Messina non mi ha convinto del tutto. Anche in questo caso, però, come le altre volte, l'ho terminato sapendo che leggerò comunque il prossimo che pubblicherà, perché la sua scrittura tocca qualche mio nodo e sento che la sua opera migliore debba ancora arrivare: è in lavorazione, e questo volume, "Quel che affidiamo al vento" e "Tokyo tutto l'anno" li considero i suoi esercizi preparatori.

La storia raccontata ne "L'isola dei battiti del cuore" e la sua origine qualche anno fa a Teshima non mi erano del tutto sconosciute, seguendo io l'autrice su Facebook e Instagram, ma non credo sia per questo che ho trovato il libro un po' noioso nelle prime centocinquanta pagine, con anche qualche forzatura. Uno dei motivi principali per cui l'ho letto era proprio approfondire Teshima e il suo archivio unico al mondo, a cui però è stata dedicata solo una piccola parte della narrazione, per quanto cruciale.

Ancora una volta mi hanno colpito le note finali nei ringraziamenti, che mi hanno portato a ripercorrere alcuni estratti che avevo salvato e a unirne i puntini a mio modo. Ed è questo che mi invita a continuare a seguire gli scritti futuri di Imai Messina.
"Tutto parte da un 'sì' che si pronuncia chiaro alla vita. Provare, intanto, e immaginare che si riuscirà. Il resto poi si vedrà." (pag. 292). Nulla infatti è garantito sull'esito, però intanto queste prove, questi tentativi bisogna prima immaginarli, perché è l'assunzione di poter essere felici che ci porta alla felicità, sostiene Imai Messina in più passaggi. Anzi, spesso questa assunzione si manifesta sotto forma di numerosi scenari: "E se...?"

"In proporzione, pensò, è tanto maggiore la vita che sogniamo rispetto a quella che realizziamo. Perché allora dare più valore alla realtà che al sogno?" - Pag. 253

Oltre a immaginarli, però, questi scenari, alcuni dobbiamo anche metterli in atto, concretizzarli, perché è la realtà quella che fa sussultare, accelerare o rallentare, il nostro battito; sono gli accadimenti imprevedibili o forti, che rimangono conservati nella storia di quell'incessante muscolo a cui tutti diamo un valore speciale. E lo sapevano bene anche i latini che avevano definito il verbo "recŏrdari", perché il cor, cordis era ritenuto la sede della memoria e non volevano dimenticarselo, toglierselo dalla mente, anzi: scordarselo.
La memoria è "una questione di volontà, nient'altro" (pag. 280), i cui "ricordi se ne stanno buoni e zitti per anni e poi esplodevano insieme, come i bambù dello stesso ceppo che, ovunque fossero stati piantati nel mondo, fiorivano nello stesso giorno" (pag. 121). E sono quei ricordi a cui ci aggrappiamo come corde - pure se etimologicamente siamo distanti, pure se queste a volte stringono troppo o le mani si strinano tenendole - che ci danno linfa per generare nuove ipotesi di noi, felici.

Piccole cose da nulla - Claire Keegan

Mi aspettavo un po' di più da un libro che ho visto praticamente ovunque nell'ultimo mese, complice l'ambientazione durante il periodo di Natale, tra librerie fisiche e vetrine virtuali. L'impressione che ho avuto è che Claire Keegan sia stata un po' astuta. Sicuramente è in grado di scrivere bene, perché la storia è molto scorrevole e si entra subito nell'atmosfera di questo paesino irlandese. L'argomento delle Magdalene Laundries, che l'autrice ha voluto denunciare, merita di essere conosciuto ed esposto. Ci sono alcune frasi molto profonde nella loro semplicità, come

“Perché le cose più vicine sono spesso le cose più difficili da vedere?”, oppure

“Mentre proseguivano e incontravano altre persone che conosceva e non conosceva, si ritrovò a domandarsi che senso aveva essere vivi se non ci sia aiutava l'uno con l'altro.”

Anche per chiudere un suo cerchio personale, il protagonista, buono buonissimo, compie un'azione d'istinto che, per quanto giusta, avrà ripercussioni sulla sua famiglia, in particolare sulle sue figlie.

“Già sentiva un mondo di guai ad attenderlo dietro la porta che si preparava a varcare, ma allo stesso tempo il peggio che avrebbe potuto succedere se lo era già lasciato alle spalle: la cosa che avrebbe potuto fare e non aveva fatto, e con cui avrebbe dovuto convivere per il resto della sua vita.”

Ma non avremo mai l'opportunità di scoprire cosa succederà. Infatti, subito dopo, il racconto termina e viene da pensare: come, tutto qui? Nessun svolgimento, nessun approfondimento, ma solo due paginette informative di note finali? Che peccato.

Il panettone non bastò - Dino Buzzati

RECENSIONE CORALE A CURA DE “I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI”

Dino Buzzati non festeggiava il Natale, eppure ne ha scritto a riguardo per parecchi decenni. “Il panettone non bastò”, pubblicato postumo nel 2004, raccoglie in ordine cronologico trentuno scritti tra articoli, racconti, fiabe e testimonianze personali, redatti tra il 1934 e il 1971 e pubblicati in diversi quotidiani e periodici.

Anche grazie a questa sua versatilità, la capacità di scrittura di Buzzati è innegabile. Con uno stile ironico, Buzzati disapprova il consumismo dilagato già negli anni Trenta e rimprovera il falso buonismo delle persone a Natale: “Come mai ieri tutti così buoni e oggi di nuovo carogne come prima?” (pag. 65). “Il panettone non bastò” non può che essere etichettato come natalizio. Il Natale viene praticamente smontato e analizzato in ogni suo pezzo in ogni scritto. Oltre alla critica all’alta borghesia, vi sono descrizioni di attualità, elementi autobiografici e, soprattutto, si riesce a vedere l’evoluzione degli usi e costumi della popolazione italiana in quasi mezzo secolo, ricostruendo come la percezione del Natale sia cambiata. Insieme alle cronache c’è nostalgia e malinconia, in un periodo dell’anno in grado di amplificare i sentimenti sia positivi sia negativi. Questi temi si trovano in quasi tutti gli scritti, rendendoli purtroppo un po’ pedanti, ripetitivi e noiosi, se letti tutti di fila. Per alcuni che ammirano lo scrittore italiano per le altre sue opere, la raccolta è terribilmente deludente. In qualche passaggio Buzzati potrebbe anche apparire maschilista o razzista, cosa che ha irritato qualche lettore, ma per la maggior parte dei partecipanti l’autore l’ha fatto apposta, proprio per risultare pungente e ironico.

Del Natale, ciò che emerge meno (o per alcuni è proprio assente) è l’aspetto religioso. Infatti qualcuno ha definito la raccolta come incompleta, perché nella maggior parte dei pezzi Buzzati si pone come osservatore neutro e asettico, non offrendo la sua opinione personale: c’è lo Spirito del Natale, c’è il Bambino Gesù, ma è come se mancasse la capanna a offrire calore. D’altra parte, neanche il Papa stesso potrebbe essere abbastanza autorevole da definire il senso del Natale. Però grazie a questa raccolta ce lo chiediamo. Buzzati procede per esclusione: toglie tutto il di più, il superfluo, ciò che sicuramente non rappresenta il Natale. A quello che resta, ognuno di noi attribuisce un senso diverso: ci mette i propri canditi e la propria uvetta (o il cioccolato, n.d.r.), in quell’impasto che ogni anno a dicembre continuiamo a preparare. Perché? Per stare insieme in famiglia, celebrare le tradizioni e inventarne delle nuove, e specialmente per regalare del tempo alle persone a noi care, andando oltre i doni materiali.

I miei giorni alla libreria Morisaki - Satoshi Yagisawa

“Ormai sapevo che non era un problema di luoghi, ma di cuore. Ovunque mi fossi trovato, in compagnia di chiunque, il mio posto sarebbe stato quello in cui ero certo di non stare mentendo al mio cuore.”

Romanzo molto semplice e scorrevole ambientato nel probabilmente più grande quartiere di librerie al mondo: Jimbōchō, a Tōkyō, adiacente a Kanda, dove sono stata qualche anno fa. È stato per questo bello riconoscere alcuni distretti, capire i termini giapponesi senza usare il glossario in fondo, ma né la storia né lo stile presentano elementi di novità rispetto ad altri libri. Anzi, ho trovato anche un po' sbrigativo alcuni passaggi, come per esempio la protagonista superi il proprio momento di crisi, o come è stata presentata e trattata la malattia di un altro personaggio. Mi rimane però un haiku, di Taneda Santōka, per descrivere la confusione, l'incertezza e la solitudine in mondo così vasto di possibilità.

“Ti fai strada tra i monti e trovi solo altri monti.”

Re: Il maialino di Natale - J. K. Rowling

“La perdita fa parte della vita. Ma alcuni di noi vivono nonostante siano stati persi. È tutto merito dell'amore.” – Pag. 274

J.K. Rowling è riuscita, un'altra volta, a creare una fiaba per tutti, bimbi e bimbi cresciuti, attraverso il mondo parallelo della Terra dei Perduti, nascosto agli occhi dei comuni babban... ehm, esseri umani. La Terra dei Perduti è il luogo dove vanno le Cose che smarriamo, non solo materiali, ma anche immateriali, astratte, come le emozioni e i sentimenti. Forse, però, quelle concrete e tangibili sono le prime che ci accorgiamo di aver perso, anche se non è detto siano le più importanti.
La storia è molto scorrevole e scritta bene, piena di avventure, incontri e allegorie. Ho trovato solo le ultime cinquanta pagine forse un po’ affrettate.
Così come succede con alcuni personaggi del libro (ma non faccio spoiler), la morale di questa fiaba ricorda quella della saga di Harry Potter: è l’amore che ci fa sopravvivere, aiutandoci a superare la disperazione e le difficoltà, anche quando si sacrifica una parte di noi.

Scholomance. Lezioni pericolose - Naomi Novik

Romanzo che risulta abbastanza scorrevole, se non fosse per la quantità enorme di informazioni presenti tra le righe date per assodate, come se il lettore sapesse già tutto di come funzioni la Scholomance, di cosa siano le cerchie, di cosa implicherebbe essere una “strega nera”, etc.. Certo, è una caratteristica dello stile dell'autrice, che personalmente tuttavia non ho apprezzato.
Per il resto, ho trovato il libro abbastanza scontato e pieno di cliché o elementi già visti in altri fantasy; un po' prevedibile anche il cliffhanger alla fine, dato che questa saga di Naomi Novik è composta da altri due volumi.

Il visconte dimezzato - Italo Calvino

“Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l'aria; credevo di veder tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di me stesso e te l'auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu pure vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.” – Pag. 41

Oh, Italo. Spiegami come avrei potuto comprenderti a fondo quando sono incappata in te per la prima volta, a dodici-tredici anni, quando non avevo ancora consapevolezza delle mie metà, quando non mi ero ancora fatta a pezzi, quando non mi ero ancora accettata (so che avresti apprezzato questo gioco di parole).

“Questo è il bello dell'esser dimezzato: il capire d'ogni persona e cosa al mondo la pena che ognuno e ognuna ha per la propria incompletezza. Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminati dovunque, là dove meno da intero uno osa credere. Non io solo, Pamela, sono un essere spaccato e divelto, ma tu pure e tutti. Ecco ora io ho una fraternità che prima, da intero, non conoscevo: quella con tutte le mutilazioni e le mancanze del mondo. Se verrai con me, Pamela, imparerai a soffrire dei mali di ciascuno e a curare i tuoi curando i loro.” – Pag. 61

Con questa breve fiaba mi hai fatto pensare al “kintsukuroi”, la celebre tecnica giapponese di riparazione degli oggetti rotti, che usa l'oro fuso per rimettere insieme i pezzi, arricchendo e onorando le fratture. Essendo tu stato in Giappone, sono sicura che la conosci. Ecco: leggendoti, ho l'impressione che le tue parole siano preziose allo stesso modo, fascianti parti di me che si sono spaccate e che hanno bisogno di riconciliarsi tra loro, per potersi accettare meglio, per poter accettare meglio il mondo esterno.

La canzone di Achille - Madeline Miller

“Ma non è una caratteristica del genio andare sempre dritto al cuore?” – Pag. 52

Tra tre e quattro stelle, ne assegno quattro a “La canzone di Achille” perché è un romanzo molto scorrevole e perché comprendo come sia riuscito ad arrivare ai giovani, avvicinandoli all'Iliade e all'epica in generale, grazie anche al passaparola su Instagram e TikTok. È un libro di scombussolamenti emotivi, crescita e formazione, scoperta di sé e degli altri, scontri e confronti: perfetto per l'età adolescenziale. La storia si sviluppa in modo lineare; la relazione tra Patroclo e Achille e le parti sugli eventi che portano alla guerra sono ben bilanciati, così come i dialoghi e le descrizioni.
Mi ha ricordato di quando, in prima superiore, la professoressa di lettere e latino ci assegnò “La torcia” di Marion Zimmer Bradley: un "mattone" di circa cinquecento pagine sulla guerra di Troia dal punto di vista della veggente Cassandra, dedicato in buona parte alla sua storia d'amore con Enea. Era stato divorato da praticamente tutta la classe. Con “La canzone di Achille” è successo lo stesso, o quasi: sarà che di anni ora ne ho quasi il doppio, o che l'opera di Zimmer Bradley mi aveva appassionato di più, ma mi è mancato qualcosa, credo una maggiore profondità.

Libri che mi hanno rovinato la vita - Daria Bignardi

Il libro scorre molto bene, perché lei sa scrivere e sa incastrare le sue trame. Mi è piaciuto che i titoli menzionati siano per lo più (almeno a me) sconosciuti. I rimandi all'infanzia passata tutta a leggere hanno riportato indietro anche me, sulla terrazza della casa vecchia, su una sdraio d'estate, la pila di volumi a fianco e il tempo che non esisteva.
Per Daria Bignardi, i libri sono stati un po' anche la scusa per raccontarsi, ma devo dire che ho avuto l'impressione, in alcuni passaggi, che abbia pesato un po' imprecisa le due parti, perché a volte si perdeva un po', o meglio, il libro di cui stava parlando mi sembrava passare totalmente in secondo piano rispetto alla sua storia, all'ansia e alla malinconia. Personalmente l'ho apprezzato, ma il focus del titolo si è un po' smarrito.

Gli occhi del drago - Stephen King

Gli unici elementi fantasy di questa storia sono il mago Flagg, con i suoi poteri, sortilegi e veleni, e un drago, che tuttavia appare a pagina 4 e muore subito, ucciso a pagina 5. I suoi occhi, che danno il titolo al romanzo, sono solo i vetri che consentono di spiare il re Roland. Per il resto, è una vicenda la cui quarta di copertina riassume bene la prima metà del libro, in cui non succede molto rispetto a quanto ci si aspetti. Nella seconda metà sembra animarsi un po', ma in generale mi è comunque parso abbastanza banale, nonostante non avessi alcuna aspettativa. No comment sulle frasi, sempre all'inizio, sul cosiddetto "Ferro del re" e sulla "forgia". Al di là della trama, la traduzione e la cura editoriale mi sono anche parse un po' trascurate, per via di alcune sviste ed errori. Insomma, dimenticabile.

Re: Il rosso e il nero - Stendhal

RECENSIONE CORALE A CURA DE “I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI” – SECONDA PARTE DEL ROMANZO

La discussione della seconda parte de “Il rosso e il nero” ha confermato le impressioni del primo incontro: per noi, quest’opera di Stendhal si legge una volta e mai più.

A qualche partecipante è piaciuto molto, soprattutto per la sua linearità; una in particolare ha sottolineato l’alta qualità della scrittura. Tuttavia, alla maggior parte non è piaciuto. In breve, è rimasto poco. “Il rosso e il nero” è un romanzo ricco di contrapposizioni. Per via del suo arrivismo senza scrupoli, Julien Soriel è un personaggio con cui non si riesce a empatizzare, è stato definito una “banderuola”. Anche gli altri personaggi principali del libro sono abbastanza vuoti, forse pure volutamente, visto che Stendhal sembra fare satira della borghesia francese di inizio Ottocento. Però l’approfondimento psicologico è molto profondo, e per questo è stato forse la caratteristica più gradita del romanzo, supportando bene le lotte interiori dei protagonisti e descrivendo perciò dettagliatamente le loro evoluzioni (o involuzioni). Ma, purtroppo, l’estrema pedanteria dell’autore ha reso la lettura un tormento e stucchevole. Nonostante ciò, qualcuno ha comunque apprezzato come Stendhal sia stato in grado di delineare la classe sociale della borghesia e darci un’idea dei suoi salotti.

Alla fine, una partecipante ha esposto un dubbio, che ha anche sciolto da sé: possibile che nessuna donna innamorata di Julien si facesse remore nell’instaurare una relazione con lui, visto che era un seminarista? Come ha trovato scritto nel Capitolo XXIX, “Dopo aver letto, dapprima senza piacere, le lunghe lettere di Julien, la signora de Fervaques cominciava a sentire un interesse per lui; ma c'era una cosa che le dispiaceva: «Peccato che Sorel non sia veramente un prete! Potrei ammetterlo ad una specie di intimità; ma con quella croce e quell'abito quasi borghese, mi esporrebbe a domande indiscrete e cosa potrei rispondere?»”. Quindi, a quanto pare, se Julien fosse stato già prete, forse sarebbe stato socialmente accettabile.

Al prossimo Classico!

Sector 7 - David Wiesner

Silent book che stimola la fantasia e invita ad alzare lo sguardo verso il cielo, per divertirsi a suggerire (o a inventare) nuove forme.

From scratch - Tembi Locke

"Nel corso dell'esistenza, si continua a fare ritorno agli spazi vuoti."

Indecisa tra tre e quattro stelle, ne assegno quattro perché questo memoir trasuda di malinconia e gioia, di amarezza e calore, di tradizione e scontro: l'anima della Sicilia emerge completamente, così come quella di Tembi Locke.

"From scratch" mi ha ricordato una poesia di William Blake che ho sempre apprezzato, nel suo essere così rappresentativa della vita:
"Joy and woe are woven fine,
A clothing for the soul divine,
Under every grief and pine,
Runs a joy with silken twine.
It is right it should be so,
We were made for joy and woe,
And when this we rightly know,
Through the world we safely go."

Sono lieta che il libro sia strutturato diversamente dalla miniserie Netflix che ne è stata tratta, perché trovo le due opere complementari e le consiglio entrambe. Ho preferito comunque il memoir, che arriva più autentico, più dritto al cuore. Mi ha commosso particolarmente il rapporto di affetto che si crea, estate dopo estate, tra Tembi, la protagonista e autrice, e la nonna, la madre di Saro e sua suocera.

"La ferita del lutto era diventata una cicatrice d'amore."

Le strade di polvere - Rosetta Loy

RECENSIONE CORALE A CURA DE “I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI”

“Le strade di polvere” di Rosetta Loy, scrittrice italiana del Novecento venuta a mancare due mesi fa, è un romanzo complesso.

È così affollato di tanti personaggi che ricordarsi tutti i loro nomi e, soprattutto, le loro parentele, è un’impresa ardua. Nelle duecento quaranta pagine del romanzo si accompagnano tre-quattro generazioni della stessa famiglia nella nascita, crescita e morte. Alcuni personaggi cambiano nome anche due o tre volte nell’arco della loro vita (e del libro). Se, da una parte, vi è una quantità enorme di nomi da tenere a mente, dall’altra vi è una voluta scarsità di sentimenti espressi in maniera esplicita. Nel testo, infatti, raramente i personaggi parlano attraverso il discorso diretto, e ci sono tanti non detti, perché le emozioni sono trattenute, contenute, conservate dentro di sé, al punto tale da sembrare non sviluppate a qualcuno. Allo stesso tempo, “Le strade di polvere” è un romanzo intrecciato perché questi fili della quotidianità di una famiglia dell’Ottocento si trovano stretti a quelli della Storia italiana, una storia con la S maiuscola: quella della nascita della nostra nazione. E, come se non bastasse, altri fili ancora sono aggiunti dall’autrice, narratrice onnisciente, che esige dai suoi lettori un’attenzione molto alta, inserendo nei periodi anticipazioni future e rimandi al passato, in un continuo andare e venire tra ciò che era, ciò che è, e ciò che sarà. Con le sue rivelazioni, Rosetta Loy tenta di entrare nella mente di persone oscure di epoche ormai estranee. È anche per questo che sa scrivere benissimo, e non lo si può negare, tuttavia il romanzo ha un qualcosa di altalenante. Anche dopo le prime cinquanta-settanta pagine, rimane abbastanza difficile da inquadrare per qualche partecipante, e anche altri che sono arrivati in fondo sono rimasti un po’ dubbiosi sul giudizio, perché l’impegno richiesto è stato tanto.

Nonostante questa sua complessità, “Le strade di polvere” ha un qualcosa che cattura, che prende, affascinando anche coloro che non l’hanno cominciato ma hanno presenziato all’incontro incuriositi. Qualcuno l’ha definito una di quelle “storie della terra” dove i sentimenti rimangono tra le righe, apparentemente assenti e invece molto intensi. Il senso della comunità e l’atmosfera di una volta hanno ricordato a molti “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, ma anche la “Trilogia della Pianura” di Kent Haruf. Vi sono rimandi a “Marco e Mattio” di Sebastiano Vassalli, mentre una partecipante ha percepito il realismo magico alla Márquez, trovando il libro un piccolo gioiello. “Le strade di polvere” è vero, nel senso di umano, universale, e cosa c’è di più di universale che il destino che tutti ci accomuna? È il tempo, che non aspetta nessuno e lascia indietro tutti quei personaggi che tentano di essere felici ma non riescono a stare al passo con la realtà, perché “ogni volta la vita vince”.

Non possiamo far altro quindi che accompagnare i nostri giorni con qualcosa che ci faccia andare oltre le cascine, i villaggi, i silenzi; qualcosa che ci faccia sconfiggere la polvere, come la musica: il suono di un violino, magari quello del Giai all’imboccatura del pozzo, che canta “Ottocento” di Fabrizio De André:

“Cantami di questo tempo
l'astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l'odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi, femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu…”
https://www.youtube.com/watch?v=4qaerADh_lI

Alla fine, rimane una parola, l'unica possibile, a racchiudere tutto.
Andumma.

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