Letto in lingua originale. Impossibile posarlo. La vita del protagonista, Istvan, si dipana dall’adolescenza fino alla vecchiaia senza che, in un certo senso, riesca mai davvero a governarla, a prenderla in mano: le cose, a Istvan, semplicemente accadono e lui, nel bene e nel male, continua ad andare avanti, snocciolando una sequenza di “Yeah!” che possono suonare come domande — “Yeah?” — oppure come affermazioni asciutte, quasi disarmanti — “Yeah!”.
È un romanzo costruito quasi interamente attraverso i dialoghi e, proprio per questo, sorprendentemente mai verboso. Di Istvan, in fondo, non arriviamo a sapere quasi nulla: non sappiamo davvero com’è fatto, cosa pensi, cosa desideri. Qualche frammento emerge soltanto attraverso le parole di chi gli ruota attorno, di chi lo incontra, ci interagisce. Eppure, nelle ultime pagine, quella scena davanti ai cuccioli di labrador sembra squarciare improvvisamente il silenzio, illuminando in poche righe tutto ciò che per l’intero romanzo era rimasto sotto traccia, raccontandoci di Istvan molto più di quanto avrebbero potuto fare pagine e pagine di introspezione. Credo che ciò che mi abbia colpita di più sia proprio questo: lo stile, certo, ma soprattutto la costruzione del personaggio, portata avanti con coerenza e sensibilità fino all’ultima pagina.