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Blast - Manu Larcenet

Blast è un'opera dolorosa. Un viaggio lirico e violento al confine fra normalità e follia, verità ed esattezza, dentro e fuori.

La cornice è quella del noir: un accusato di pluriomicidio racconta la sua versione dei fatti ai due poliziotti che l'hanno arrestato.
Fin dalla sua entrata in scena, NON siamo portati a empatizzare con lui: fisicamente è sgradevole, così tracimante di grasso e con quell'enorme naso.
Ma pian piano, non possiamo evitare di seguirne i ragionamenti, assistere alle sue sofferenze, capire il suo desiderio di vita "vera" e libera.
Polza Mancini, questo è il nome del protagonista, vuol vivere al di là delle regole, alla ricerca del "blast" una sorta di illuminazione deflagrante che lo fa sentire in armonia col tutto. Correre nudo nei boschi vivendo come un animale, andare in giro come un barbone, bere fino all'abbruttimento, o drogarsi, fa tutto parte di questa ricerca.
Ma tutto frana, in una girandola di abiezione e inabissamento nel peggio...

I disegni di Larcenet sono evocativi, il bianco e nero porta il discorso in una cornice a suo modo lirica, in forte contrasto con la materialità greve (fisica e morale) al centro della narrazione. Anche il livello stilistico manifesta dunque la dicotomia strutturale dell'opera, il suo procedere per via oppositiva.

Celestia / Manuele Fior. Libro 1/2

Alcune tavole sono molto belle. Il colouring è stupendo. E non parliamo dei riguardi: macchie di blu più immaginifico non esistono (per un'opera che s'intitola proprio Celestia, poi...].
Ma la storia è solo un lungo prologo. Mi ha lasciato una sensazione di manchevolezza, non dovuta semplicemente al fatto che questa è solo una prima parte del racconto. Non so, non mi ha convinto.

R: Flatlandia - Edwin A. Abbott

Arguto, provocatorio, allusivo, autoironico. Un romanzo che racconta la scoperta della Terza Dimensione di un abitante bidimensionale della Flatlandia e del suo tentativo di comunicare il nuovo vangelo ai concittadini, ma che probabilmente parla di tutt'altro. C'è il piano geometrico e poi c'è quello filosofico, che mostra uno spaccato della società, della civiltà, dell'egocentrismo e di molte altre tematiche nascoste, che è eccitante scovare.

- "Questa è la follia o l'inferno!"
"Nessuno dei due" rispose calma la voce della sfera. "Questo è il sapere; sono le tre dimensioni: riapri l'occhio e cerca di guardare per un po'."
Guardai e, oh meraviglia! Un nuovo mondo! -

Il risentimento - Max Scheler

Tre micro saggi toccanti e ancora attualissimi sulla tossina che autoavvelena l'animo umano. Max Scheler, noto fenomenologo tedesco, riabilita un sentire umano profondo e rivela alcune dinamiche mentali che caratterizzano il rancore, l'odio, l'amore. Numerose le critiche e i parallelismi con Nietzsche e interessante anche l'analisi del rapporto tra risentimento, amore per il prossimo e morale nella religione cristiana.

Il castello di Otranto - Horace Walpole

Il castello di Otranto viene considerato il capostipite del genere gotico; tuttavia, resta ancora legato ad altre tradizioni letterarie e risulta estremamente particolare oltre che, a mio avviso, facilmente sottovalutabile.
Ricco di simboli che diventeranno topoi, largamente sfruttati da chiunque si accinga successivamente a parlare di fantasmi, castelli, tormenti interiori, è estremamente teatrale e solenne. I personaggi sembrano recitare con pomposa voce diaframmatica ogni loro parola, cosa che mi ha ricordato con piacere diverse tragedie greche. Le passioni ostentate e stereotipate mi hanno, invece, riportato alla mente l'epica francese antica. Penso alla folle ira di Manfredi (me lo immagino con questi occhi rosso fuoco preda della passione) e la sua caccia a Isabella e ricordo Tristano e Isotta, leggo del combattimento di Teodoro con il cavaliere armato e penso all'Orlando furioso. Ogni scena, anche se non è descritta con perizia, è spalmata di una patina seppiata e cupa e fa da sfondo all'azione e alle parole dei personaggi.
Va letto tenendo in considerazione l'intento letterario e il contesto storico e permettendogli di astrarci dalla forma mentis a cui siamo abituati. È stato come vedere un film Disney sapendo esattamente che avrei passato metà del tempo a sentir cantare, oppure Matrix, aspettandomi di vedere Neo che schiva pallottole al rallentatore, consapevole della discutibilità della logica, nonché degli effetti speciali. Ad alcuni può sembrare assurdo, anche ridicolo, io gli concedo il beneficio del dubbio. È come accettare di stare al gioco dei Se.
Non è diventato uno dei miei romanzi preferiti, ma sicuramente mi è piaciuto.

Il gattopardo - Tomasi di Lampedusa

"Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi."

Non è solo un romanzo storico. È una perla che riluce di scorci toccanti su come affrontare i cambiamenti, di riflessi sfumati tra rumori e silenzi, è la continua lotta tra combattimento e accettazione.

La lettera scarlatta - Nathaniel Hawthorne

"A questo punto si abbia il coraggio di enunciare una ben dura e triste verità: la breccia, che la colpa ha aperto nell'anima umana, non può mai, in questa vita mortale, venir riparata. La si può tener d'occhio, sorvegliare continuamente, tanto che il nemico non riesca di insinuarsi nella cittadella e, in un successivo assalto, debba magari scegliere qualche altro punto di approccio, a preferenza di quello dove è precedentemente penetrato. Ma il muro di difesa resterà sempre rotto, e in prossimità si ode il passo insidioso del nemico, che vorrebbe rinnovare il suo inobliabile trionfo."

Trovo che il romanzo di Hawthorne sia un piccolo capolavoro: scritto divinamente, è intenso, riflessivo, pungente come uno spillo che sa esattamente dove colpire per smuovere indignazione verso la morale e ammirazione nei confronti della meravigliosa protagonista. Cucire la propria lettera scarlatta significa portare il peso sociale della vergogna e Hester lo fa con una forza d'animo tale da trasformarla in elevazione spirituale.

La fiamma - Leonard Cohen

(Recensione relativa all'edizione in lingua originale, inclusi i numeri di pagina riportati)

Devo scrivere una premessa, prima di cominciare questa recensione: forse l'unica canzone che conoscevo, composta da Leonard Cohen, era probabilmente la più famosa: "Hallelujah“, di cui Jeff Buckley ne ha fatto la cover. Sapevo che Cohen fosse - sia - uno dei cantautori che DOVEVO recuperare, soprattutto per via della sua aura triste ma affascinante e della poesia delle sue opere, perché una voce dentro di me diceva che ne valeva la pena.
Un poeta può essere un cantante e un cantante può essere un poeta: Cohen ne è un esempio e non so se la sua anima fosse più quella di un poeta o quella di un cantante; disegnava anche. Infatti, uno può esprimere i suoi sentimenti in molti modi: parlando, urlando, cantando, disegnando, anche nascondendosi dal mondo. Ma sono lieta che lui abbia deciso di appuntare i suoi pensieri e anche di aggiungerci delle note, comunicandoli al pubblico. Mi chiedevo cosa "fosse accaduto al suo cuore" (“happened to his heart”) in quel momento, quale fosse la fiamma che lo spronasse, e ho trovato risposta nella lettera di epilogo alla fine di "The Flame".

Il suo primo album che ho ascoltato completamente è stato “Thanks for the dance“, l'ultimo che ha rilasciato, e l'ho fatto mentre leggevo questo libro.
C'è ironia e sarcasmo, verso la società e l'ego e l'arroganza; “Kanye West is not Picasso” è solo l'esempio più ilare.
Ma sia “Thanks for the dance” sia “The Flame” contengono molte altre emozioni. Ho sempre creduto che le composizioni drammatiche siano le migliori, e le sue non hanno fatto altro che confermarmelo ancora.

“No time to change / The backward look / It’s much too late / My gentle book” (pag. 9).
“Let’s wait a little while / let’s wait a little longer / the enemy is gaining strength / let’s wait until he’s stronger.” (pag. 20).
“The sun goes down / Our shadows dissolve / The pine trees darken / O Darling! / We must go home.” (pag. 37).
“I’m leaving the table / I’m out of the game” (pag. 150).

Tristezza, rimpianti e rimorsi: ecco di cosa sono pieni questi versi, certo.

“Tell me again / when I’ve been to the river / And I’ve taken the edge off my thirst / Tell me again / We’re alone & I’m listening / I’m listening so hard that it hurts.” (pag. 109).

Un occhio è sempre fisso sul passato, su ciò che è stato.

“The bullet trains of Tokyo / The monorail / The TGV / They’ll let you know what transportation’s for / but don’t go to Westm’t Station / Those old trains don’t run no more.” (pag. 167).

Eppure c'è un sentimento, inizialmente nascosto nelle virgole, nelle pause, aleggiante nei disegni, qualcosa che comincia ad apparire in alcune pagine, lasciando indizi al lettore sullo stato mentale di Cohen.
Rassegnazione, ecco di cosa sono intrisi i suoi ultimi lavori.

“I got no future / I know my days are few.” (pag. 113).
“I don’t want to ask the gipsy / what the future has in store / I don’t want to ask the doctor / what these little pills are for” (pag. 235).
Non c'è più tempo per aspettare: ha aspettato tutta la sua vita per qualcosa che sognava, che sperava, che immaginava, e questo talvolta gli ha fatto mancare il contatto con la realtà, gliel'ha fatta perdere. Un milione di volte avrebbe voluto fare qualcosa ma non ne è stato in grado. E' "troppo vecchio per la parte" (“too old to play the part”) (pag. 63).
“40 years I wandered / in your desert / a moment of your beauty / and 40 years of breathlessness / to balance it / 40 years of remorse / 40 years of disappointment” (pag. 82).
A un certo punto "non importa cara / non importa davvero" (“It doesn’t matter darling / it really doesn’t matter”) (pag. 60).

Ma, come nei sonetti classici, ecco il turning point, il punto di svolta: "Tutti noi / musicisti, il pubblico / eravamo dissolti in gratitudine." (“All of us / the musicians, the audience, / were dissolved in gratitude.”) (pag. 13).
La gratitudine è l'emozione per l'uomo che gli ha insegnato gli accordi base a Montréal quando era giovane, e gli ha cambiato la vita.
La rassegnazione non è la fine, è una fase transitoria - obbligatoria - verso la gratitudine, dove dovremmo soltanto "ascoltare il colibrì [...] ascoltare la farfalla [...] ascoltare la mente di Dio / colui che non ha bisogno di essere (“listen to the hummingbird […] listen to the butterfly […] listen to the mind of God / which doesn’t need to be.”) (pag. 65). Non c'è bisogno di definire Dio, di classificarlo o attribuirgli caratteristiche o poteri. Soltanto ascoltare e accettare quello che sta arrivando, senza affrettarsi, senza aspettarsi nulla, senza sperare niente. "Sono pronto, mio Signore" (“I’m ready, my Lord”) (pag. 143), "Venga la guarigione del corpo / Venga la guarigione della mente" (“Come healing of the body / Come healing of the mind”) (pag. 116), "Non abbiamo bisogno di andare oltre." (“We don’t need to go any deeper.”) (pag. 83).
E forse siamo in grado di capirlo solo alla fine.

Nel frattempo, io devo ancora capire perché io lo abbia ascoltato prima e, cosa più importante, devo scoprire quale "potere mi è stato dato / per mandare onde di emozione / attraverso il mondo [...]" (“power was given me / to send waves of emotion / through the world […]”) (pag. 13). Leonard Cohen non voleva ammetterlo, ma lui l'aveva sicuramente trovato.

Un'aquila nel cielo - Wilbur Smith

PER NOI E' NO.

Al gruppo di lettura avevamo raggiunto l’unanimità soltanto con “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, elevandolo tra i libri capolavori di sempre. Peccato che stavolta siamo completamente agli antipodi, ossia nel baratro delle letture che ci siamo anche pentiti di aver fatto. Come ha detto una partecipante, “una volta toccato il fondo si può soltanto risalire”.
“Spazzatura”, l’ha stroncato un'altra persona, ed eravamo tutti più o meno dello stesso parere. Non sono state solo le aspettative altissime, nei confronti di uno scrittore da bestseller più che acclamato, a deluderci. Avendolo letto in precedenza o meno, tutti comunque abbiamo sempre associato Wilbur Smith al genere avventuroso, e le recensioni online non avevano fatto altro che confermarcelo. Eppure non tornano: “Libro bellissimo; una delle sue opere migliori; è avvincente e avventuroso…”. Siamo sicuri di avere letto lo stesso libro?

Partiamo proprio dall’ultimo punto: dov’è l’avventura? Non veniteci a dire che inserire nello stesso libro tante vicende diverse e spaiate ne sia un sinonimo. Nel romanzo succede di tutto: missioni in volo, un attentato a un matrimonio, perdita della vista, successiva riconquista della vista, persecuzioni, morti, pubblicazione di libri e foto su riviste, etc. . Questa non è avventura, è irrealtà.
E' sembrato di leggere un harmony; qualcuno ha persino inventato l’aggettivo “lialoso” per rimarcare la cosa (anzi, in realtà le storie di Liala valgono di più). “Un’aquila nel cielo” è più simile a un film abbastanza mediocre che dimentichi non appena torni a casa. Cosa ci ha lasciato, questo libro? Quasi niente.
I personaggi sono stereotipati, antipatici e deludenti, oltre che bellissimi, bravissimi ed esperti solo loro. Al di là dell’egoismo di David, crea disappunto la figura di Debra, eroina dall’indole apparentemente forte a cui sono sufficienti qualche moina e dei mobili per dimenticare il suo voler essere indipendente. Sia lei sia David reagiscono ad alcuni eventi tragici e psicologicamente difficili con fin troppa superficialità e noncuranza. Tra i vari personaggi, avremmo salvato solo il cane Zulu.
Ciò nonostante, le frasi scorrevano abbastanza velocemente ma le assurdità e il linguaggio banale e maschilista non hanno fatto altro che rendere il libro irritante e fastidioso.

Il pubblico target è quello di lingua anglosassone; alcune scene da film le definiremmo infatti come “americanate”. “Un’aquila nel cielo” è un libro commerciale, come giustamente evidenziato da un partecipante, niente di più. L’unico altro messaggio che possiamo trovare, dentro queste pagine, è quello animalista: nel titolo, nell’episodio della corrida, nell’antagonista che fa bracconaggio per divertimento, oltre che per qualche chilo di carne.

Che questa storia sia stata scritta da più persone o che Wilbur Smith avesse una scadenza troppo imminente e abbia raffazzonato frammenti disomogenei?
Non potremo mai saperlo e probabilmente non ci interessa neanche: sarebbe solo altro tempo sprecato.