Alice Raffaele

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Sabato - Ian McEwan

Recensire “Sabato” da conduttrice del Gruppo di Lettura di Chiari richiede uno sforzo alla lettrice che c’è in me, perché personalmente ci sono aspetti del romanzo che ho ammirato e altri che hanno decisamente complicato la mia lettura; cercherò di essere più imparziale possibile, condividendo le opinioni del Gruppo.
Ian McEwan scrive come si deve, non c’è dubbio su questo, infatti tutti i partecipanti erano d’accordo. Ciò che traspare, dalle prime pagine fino ai ringraziamenti finali, è la sua ricerca estrema. Ogni singolo dettaglio non è solo curato, è approfondito: lo scrittore diviene un esperto, almeno nell’uso dei diversi linguaggi specifici, di neurochirurgia, di sport, di poesia, di psicologia, di cucina. Solo dopo aver studiato tutte queste branche e più, lo scrittore decide quali parole usare, pesandole bene. Non si limita a raccontare che il protagonista giochi una partita a squash: la narra al livello di un telecronista. Il protagonista stesso, un neurochirurgo rinomato, non può non descrivere minuziosamente molti dei suoi casi di successo o quotidiani. McEwan ha affiancato un vero neurochirurgo per due anni e ha fatto revisionare la sua bozza di “Sabato” da più di un medico, da poeti, filosofi e critici letterari. Non è un romanzo buttato giù a capofitto e poi corretto: è studiato fino alle virgole.
Raccontare una giornata intera, entrare nella mente di un uomo per ventiquattro ore, non è facile. Quante associazioni di idee fa una persona in un singolo minuto, legate a quello che gli sta capitando in quel momento, a ciò che è appena successo oppure in base al programma futuro? Innumerevoli. A volte capita di cogliere un particolare da ciò che l’occhio vede ed ecco la mente che parte, fa rivivere un ricordo, che magari in generale c’entra poco o niente, ma è bastato quel piccolo segno nel presente a scatenare tutto. McEwan riesce a trasfigurare questi pensieri su carta, quando il protagonista ricorda i momenti con la madre o la crescita dei figli, oppure ancora come abbia conosciuto la sua futura moglie.
McEwan è un perfezionista, perfino quando delinea il profilo di un bollitore, esponendo come la forma si sia evoluta negli anni per favorire una presa più ergonomica, come sottolineato da una partecipante laureata in design.
Nel suo essere perfezionista, tuttavia, è stato etichettato anche come asettico, noioso, prolisso: ecco quali sono stati i commenti di molti partecipanti del gruppo, nonostante alcuni avessero ammirato già lo scrittore in altre sue opere (“Espiazione”, “L’inventore dei sogni”, per citarne due).
Solitamente il Gruppo si trova diviso a metà, stavolta invece sono state principalmente tre partecipanti ad aver trovato apprezzato totalmente il romanzo; qualcuno ha salvato i personaggi ben costruiti, ma è rimasto impantanato nelle troppe riflessioni del protagonista.
Infine, va sottolineato che la quarta di copertina di Einaudi non riassume adeguatamente la storia, bensì fa presupporre al lettore uno sviluppo abbastanza discostante da quello effettivo. Lo consiglio quindi a chi non è alla ricerca di un thriller avvincente, quanto più a chi ama i dettagli all’estremo e i flussi di coscienza, proposti qui logicamente ordinati.

Non lasciarmi - Kazuo Ishiguro

Il miglior romanzo del 2005, secondo il Times, è stato sezionato dal Gruppo di Lettura di Chiari venerdì 17/11/17 in tutte le sue parti, da quelle più enigmatiche a quelle più disarmanti, passando in superficie per quelle adolescenziali. È stato giudicato da molti ansioso, disturbante, fastidioso, aberrante. I personaggi un po' tristi e passivi si arrendono al proprio destino senza combattere, senza neanche pensare di potersi ribellare a essere catalogati come essere umani "di serie B" perché, forse, sono stati programmati per non farlo.
Il romanzo ha diversi piani di lettura: ci si può soffermare ai vani litigi tra la protagonista e la sua migliore amica Ruth, o all'evoluzione della sua storia con Tommy, ma quando si comincia a porsi delle domande sulla questione etica e su cosa effettivamente l'autore abbia voluto dire, allora si può scavare a lungo. Questi "studenti", queste persone che sono state clonate in qualche modo (non specificato, perché non era lo scopo), quale differenza hanno con gli esseri umani "di serie A"? Hanno un'anima, provano dei sentimenti? Quali diritti dovrebbero avere? E' corretto sfruttarli, farli crescere in strutture simili a lager-laboratori, o dovrebbero avere un'educazione completa e condizioni dignitose? E, soprattutto, quanto senso ha impegnarsi nei loro confronti, se tanto in fondo il loro fine rimane invariato e verranno usati come "macchine di organi" per le donazioni, ovviamente fino a quando potranno sopportarle? Ed ecco quindi che gli umani "di serie A" provano repulsione, si voltano dall'altra parte quando li vedono, perché hanno vergogna di quello che fanno e, allo stesso tempo, sono spinti dalla necessità e dalla disperazione di sconfiggere le principali malattie del nostro secolo.
E' un'ucronia, una storia distopica che, tuttavia, non era tanto lontana dalla società del presente. Quando lo scrittore ebbe l'idea, negli anni Ottanta, sarebbe stata un po' angosciante. Forse, con le scoperte scientifiche e i brevetti negli ultimi decenni, come suggerito da alcuni partecipanti del gruppo, si potrà evitare la clonazione degli umani per sostituire gli organi ormai non più funzionanti.
Staccandosi dalla questione etica, qualcuno ha sottolineato quanto le relazioni tra i personaggi potrebbero essere usate come esempi per rappresentare una qualsiasi società, i legami, tutte le psicologie che ci sono dietro. Resta inoltre l'amara considerazione, nata a partire da alcune frasi del libro, che il mondo di oggi si sta sempre più omologando: gli studenti sono convinti di poter apprendere i comportamenti del mondo esterno semplicemente guardando le fiction in tv, che dovrebbero riflettere la realtà... Non è quello che sta succedendo?
Kazuo Ishiguro non annoia, sottolinea in corsivo le parole più incisive, è abile nel centellinare indizi piano piano, pianissimo in realtà, costruendo una struttura di tensione narrativa che, ciò nonostante, non riesce a esplodere apertamente nel libro. Secondo molti, è mancato qualcosa nella parte finale, un po' di azione da parte dei protagonisti. L'intento probabilmente era più invitare a riflettere piuttosto che a catturare i lettori con gli avvenimenti della trama. Un romanzo non facile, soprattutto da digerire, poco consigliabile ad altri; alcuni suggeriscono però di leggere "Quel che resta del giorno", altro capolavoro dello scrittore giapponese-inglese.

Il testamento Donadieu - Georges Simenon

"Il testamento Donadieu" è stato l'ottavo libro del Gruppo di Lettura di Chiari e ha nuovamente diviso a metà il gruppo: per fortuna! E' l'ennesima dimostrazione che ognuno è diverso e ha i suoi gusti. Infatti questo romanzo è riuscito a:
- NON piacere alla nostra super bibliotecaria;
- colpire in modo assolutamente positivo una partecipante, solitamente critica;
- farci dubitare dell'opera scelta di Simenon, come ha sottolineato un lettore appassionato dello scrittore di Maigret, che ci ha dato qualche indicazione sul suo stile e fatto un confronto con i romanzi gialli.
La discussione è stata molto animata:
- il romanzo è stato ritenuto lento, lugubre, cupo, angusto, triste, senza empatia, a tratti scialbo, bello ma insoddisfacente, ma anche intrigante, scorrevole, inaspettato, profondo: chi ne ha più ne metta!
- per alcuni i personaggi erano ben delineati, per altri no, ma comunque erano quasi tutti negativi (a parte Frederic, sopra tutte le parti);
- le ultime cinquanta pagine e il finale sono stati un po' frettolosi ma spiazzanti;
- Philippe si è dimostrato un mascalzone fin dall'inizio, ma non quel mascalzone in stile Barney Panofsky che ci era piaciuto tanto il mese scorso.

In generale, il gruppo di lettura ha apprezzato il romanzo, soffermandosi sullo stile di Simenon. Saremmo curiosi di sapere cosa ne pensino gli altri lettori e, perché no, altri gruppi di lettura della provincia ;)

Alla prossima!

Alice

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